Giorni

Sono giorni di sole cocente, e afa, e aria condizionata.

Sono giorni che andrebbero passati a far lavori sul portico di casa, nelle ore fresche del mattino o la sera, quando il sole tramonta e un alito di vento rompe la cappa di calore.

Sono giorni da dedicare all’orto, alla frutta, alle conserve – per quanto stare in cucina sia una sofferenza – e al cucito, alla sistemazione di vecchi mobili, al lavaggio delle tende e dei vestiti troppo piccoli, da archiviare – forse definitivamente o forse, chissà…

Sono giorni in cui guardare le bambine che giocano in giardino, sotto gli alberi, mentre pulisco con le finestre aperte.

Ogni mattina la sveglia suona alle 5.50. La spengo, vado in bagno, mi peso – constatando che le oscillazioni del mio peso sono del tutto inspiegabili- poi scendo a preparare la colazione e lo zaino col pranzo da portarmi al lavoro. Mangio, mi lavo, mi vesto e prendo l’auto per raggiungere un ufficio dove passerò qualcosa più di sei ore a fare moltissimo sentendomi inutile, e un’ora a leggere. Torno a casa e fa troppo, troppo caldo, ma stendo il bucato, lo piego, faccio due cose sentendomi appiccicosa e inutile, poi fisso la TV.

Perchè non ho un orto, un portico, un giardino, una casa, il tempo di fare ciò che amo, il tempo della lentezza.

Perchè i miei sogni mi divorano, mi ossessionano, come il caldo, e me ne vorrei sbarazzare.

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Refugees

Quando dormono, i bambini fino a quattro o cinque anni tengono tutti la stessa posizione.

La stessa posizione che prendono i loro piccoli cadaveri quando vengono portati a riva dal mare, dopo il naufragio della barca che doveva portarli a una nuova vita.

Davvero crediamo che i genitori che mettono così a repentaglio la vita dei figli non siano veramente disperati, pronti a rischiare e a dare tutto ciò che hanno per lasciare il loro Paese?

Davvero è possibile, davanti a cadaveri che potrebbero essere quelli dei nostri figli o nipoti (io ci ho visto la mia secondogenita, e ho pianto), continuare a dire “Ben gli sta, potevano starsene a casa loro”?

Un giorno al supermercato ho incontrato una donna incinta con un bimbo sui due anni. Parlava solo inglese ed era a piedi, col passeggino.

Le ho offerto un passaggio e sul momento non capiva. Poi mi ha detto:

“Thank you. People don’t like to help refugees”

Bisogni

Una casa con spazio per tutti, un giardino degno di questo nome e una stanza dove cucire.

Luoghi di silenzio e solitudine a poca distanza da casa, raggiungibili senza usare l’auto.

Un lavoro che, quando la giornata è finita, mi dia la soddisfazione di aver fatto, aver fatto tanto e aver fatto bene.

Le promesse non mantenute

I never made promises lightly/and there have been some that I’ve broken…

Ultimamente mi capita spesso di ascoltare Sting, per le musiche ma soprattutto per i testi. Il verso sopra (citato a memoria e quindi forse non correttamente) mi fa sempre pensare a quanto ho sofferto per le promesse non mantenute, e mi chiedo quanto a mia volta posso aver fatto soffrire.

Mio padre non manteneva le promesse. Non so se fosse perché non dava loro peso, o perché le dimenticasse. Mio fratello ed io abbiamo imparato presto a non fidarci, ma sapere fin da bambini di non poter credere a nostro padre non ci ha reso le cose più facili.

Come spesso accade alle ragazze che hanno un rapporto conflittuale col papà, quasi tutti gli uomini della mia vita erano problematici. E promettevano molto, soprattutto quella protezione e quell’accudimento di cui ero chiaramente in cerca.

Il padre della piccola sapiente, dopo aver promesso a me che ci sarebbe sempre stato e si sarebbe preso cura di noi, ora promette alla figlia, come faceva mio padre con me. Le promette che la porterà all’Expo, o in vacanza in Giappone… La piccola sapiente sta già imparando a non fidarsi.

Non sempre sono stata di parola, soprattutto con i miei ex. In alcuni casi ho tradito, rendendomi conto nel momento stesso che lo facevo perché il rapporto era già morto.

Ma con le mie figlie e mio marito no, non voglio infrangere una promessa.

Voglio continuare a vedere nei loro occhi la luce della fiducia, voglio continuare a meritarmela.

https://youtu.be/KLVq0IAzh1A

I’m broken

Sono rotta, spezzata.

Me ne sono resa conto vedendomi negli occhi di un collega francese con cui ho lavorato molto due anni fa, sia a distanza sia, per qualche giorno, stando nello stesso ufficio, un collega che non ha mai nascosto la sua stima nei miei confronti.

Ho visto la persona che ero e che non sono più, da quella corsa in ambulanza quasi due anni fa, da quando questo lavoro mi ha portato via l’entusiasmo, la voglia di dare il massimo e di imparare, e anche qualcosa in più.

Per quanto chi mi vuol bene mi dica di non crucciarmi, di non addossarmi la colpa, non posso non pensare di aver lasciato che lo stress mi portasse via qualcosa di incommensurabilmente prezioso.

Qualcuno di incommensurabilmente prezioso.

Qualcuno che oggi avrebbe circa un anno.

Io che mi sono sempre rialzata mi rendo ora conto di essere irreparabilmente spezzata.

Il part time

Il 2016 è stato per me un anno pesante.

Cominciato imparando un nuovo lavoro, per cui ho rinunciato alle ore di allattamento nonostante avessi una figlia di sei mesi. Continuato imparandone subito un altro, da svolgere contemporaneamente al primo, perché una collega era in maternità, era difficile rimpiazzarla e chi avrebbe dovuto aiutarmi ha trovato un altro lavoro, o non era all’altezza. Terminato con la perdita di un figlio e diverse malattie, in una prostrazione fisica derivata dallo stress.

Di tutto questo hanno risentito le mie figlie, specialmente la piccola sapiente, così ho chiesto e ottenuto una riduzione oraria a partire da settembre 2017.

Vado a prendere le mie figlie all’uscita normale da scuola, senza bisogno di post scuola, e le accompagno a fare sport. Di fatto, solo il giovedì non abbiamo impegni.

In più, lavorando due ore in meno tutti mi fanno richieste esordendo con “Tu che finisci presto…”, come se io avessi grandi quantità di tempo libero.

In definitiva, continuo a dormire troppo poco, vengo pagata meno, ma faccio molte più cose. Il che, riflettendoci, è più o meno la condizione normale delle mamme, perché tutti si aspettano che siano loro a occuparsi di casa e figli, delle incombenze amministrative e degli impegni sociali, e nessuno pensa che questa capacità di fare tutto debba essere meglio retribuita.

Seconda

La bimba che sorride è una strana creatura. È nata dopo una sorella amatissima e ha capito di doversi fare strada nel mio cuore coi suoi teneri occhi castani e un sorriso furbo.

La bimba che sorride mi canta canzoni d’amore mentre è seduta sul water o mentre scende le scale. Si siede in braccio a me e mentre fa tutt’altro con le mani cerca il mio viso.

La bimba che sorride mi dà ordini perché vuole che le cose siano fatte a modo suo, e ogni tanto mi disconosce come madre – ma subito dopo mi chiama con affetto. Sgrida sua sorella se fa qualcosa di sbagliato, e nel farlo risulta piuttosto precisa e perentoria.

La bimba che sorride fa sorridere chi le sta intorno, e ci son giorni in cui questo è davvero il dono più grande.

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