Seconda

La bimba che sorride è una strana creatura. È nata dopo una sorella amatissima e ha capito di doversi fare strada nel mio cuore coi suoi teneri occhi castani e un sorriso furbo.

La bimba che sorride mi canta canzoni d’amore mentre è seduta sul water o mentre scende le scale. Si siede in braccio a me e mentre fa tutt’altro con le mani cerca il mio viso.

La bimba che sorride mi dà ordini perché vuole che le cose siano fatte a modo suo, e ogni tanto mi disconosce come madre – ma subito dopo mi chiama con affetto. Sgrida sua sorella se fa qualcosa di sbagliato, e nel farlo risulta piuttosto precisa e perentoria.

La bimba che sorride fa sorridere chi le sta intorno, e ci son giorni in cui questo è davvero il dono più grande.

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Ringraziarli

È un ricordo venuto fuori per caso, parlando con la piccola sapiente.

È la me di almeno 20 anni fa, goffa e insicura, una sera di sabato, fuori da un locale con la compagnia che frequentavo.

Un ragazzo considerato molto bello si avvicina, mi tende la mano e si presenta. Io gli dico il mio nome, spiazzata, capendo che qualcosa non va ma non riuscendo a capire cosa.

Pochi minuti dopo si riavvicina, ripete il gesto. Automaticamente rispondo, capendo quello che per lui è uno scherzo, consapevole che i suoi amici ridacchiano pensando che io lo creda interessato a me. Vorrei essere a casa.

Lo rifà una terza volta, e ora ridono in molti, anche nella mia compagnia. Non so che pesci pigliare, scappare non sarebbe dignitoso, ma non so dire nulla che mi cavi d’impiccio.

Si avvicina uno dei ragazzi della mia compagnia e lo manda via. Non ricordo cosa abbia detto, ma gli fa capire che mi deve lasciar stare, e un altro lo spalleggia. Mi fanno sentire meno sola. Mi fanno sentire che qualcuno mi vuole bene.

Di uno ricordo solo il cognome, dell’altro solo il nome. Troppo poco per rintracciarli, troppo poco per ringraziarli.

Lavoro e vita

Siamo in campagna elettorale e nei notiziari si sente un po’ di tutto.

Pare che un ottuagenario leader politico abbia proposto di innalzare la pensione minima a 1.000 euro al mese, anche per coloro che non hanno mai versato contributi. Immagino che la proposta incontrerà grande favore in alcune fasce della popolazione, ma dubito faccia molto piacere a chi, come me, lavora per avere un reddito di poco più alto e dovrà farlo per i prossimi quarant’anni, così da mantenere anche i beneficiari di questa misura.
Lo stesso leader ha proposto che l’aliquota da applicare sui redditi sia la stessa per tutti, a prescindere dall’ammontare dei guadagni. Di nuovo, mi immagino i grandi vantaggi per chi già oggi si vede applicare l’aliquota minima, perchè il suo reddito non raggiunge (e non raggiungerà mai) la soglia per accedere allo scaglione successivo.

La scorsa settimana in azienda c’è stata una riunione fiume per esporci i risultati dello scorso anno, e le nuove strategie per migliorarli.
In un settore che è in rallentamento già da un paio d’anni, abbiamo avuto come prevedibile un calo nella fatturazione.
Siamo stati accusati nemmeno tanto velatamente di lavorare troppo poco, e di essere perciò responsabili di questo calo. Come soluzione, è stato aumentato il controllo nei nostri confronti.

Più invecchio, più mi rendo conto di avere bisogno di un’altra vita, quella stessa in cui sono cresciuta e che da adolescente disprezzavo.
Ho bisogno di avere un giardino senza che questo sia un lusso.
Ho bisogno di imprevisti come l’elettricità che salta alla prima nevicata della stagione.
Ho bisogno di insegnare alle mie figlie come distinguere le piante di lampone dai rovi da more, o una biscia da una vipera, perchè sono informazioni che serviranno loro con una certa frequenza.
Ho bisogno di fare qualcosa che amo, come quando la sera rubo mezz’ora al sonno (che pure sarebbe necessario) per poter tenere in mano ago e filo.

Di valle in valle

Sabato ero da mio padre con la piccola sapiente. Dopo una lunga passeggiata, mi sono separata da loro per andare a comprare una cosa al supermercato, mentre loro tornavano a casa.

Erano quasi le sette di sera, in pianura forse ancora si vedeva il sole ma lì, fra i monti, rimaneva solo un riflesso di luce. L’aria era frizzante, le strade quasi vuote, e io camminavo sola.

Sola come molte volte ho camminato, in quello stesso buio di montagna prima di cena, e anche di questo ho sentito la mancanza: la solitudine e insieme un certo senso di sicurezza. Perché in quei paesini il pericolo non è assente, ma non è pervasivo come nei centri di pianura, vicini alle grandi città. Perché ci sono mille posti sicuri, con gente che conosci, dove poterti rifugiare. 

Perché il rumore che fa l’aria in quei momenti non si può raccontare.
La Val di Susa brucia. Il fumo circonda Susa, le fiamme divorano boschi e case, avvicinandosi ogni giorno al paese di mia nonna, dove ancora vive una bella fetta della famiglia.

Non posso non preoccuparmi, soprattutto per la prozia, classe 1919, a cui certo respirare fumo non fa bene. Il mio cuore fa un balzo a ogni notizia, leggo i quotidiani on line, mando messaggi a chi ha notizie di prima mano.

Nel frattempo la prozia, incurante del fumo, esige di scendere in giardino ogni giorno.

Nera

Nella classe della piccola sapiente c’è un bambino rumeno, suo grande amico. Non è l’unico suo compagno di origine straniera: ci sono anche un bambino tunisino, una bambina cinese e, novità di quest’anno, una senegalese.

I due maschietti hanno cominciato le elementari che già parlavano italiano come gli altri, essendo nati in Italia e avendo frequentato la scuola materna. La bambina cinese non lo parlava affatto, ma alla fine della prima elementare era fra i migliori della classe (meraviglie dei bambini, se mi mettessi io a imparare il cinese in 9 mesi non combinerei niente). Non so come parli la nuova arrivata, ma a giudicare da come scrive la madre sul gruppo whatsapp della classe non sono di recente immigrazione. 

Non mi è mai capitato di sentire commenti sulla presenza di bambini stranieri, forse perché non rallentavano la classe. La loro diversità era in fondo abbastanza marginale e quasi non la si notava.

La bambina senegalese, invece, è decisamente, evidentemente nera. E l’amico della piccola sapiente, all’oscuro dell’opinione degli italiani sui rumeni, rifiuta di giocare con lei perché è nera. 

Ci sono così tante cose che mi rendono triste, in questo comportamento, che non sono neppure in grado di esprimerle. A consolarmi c’è solo il comportamento di mia figlia che, parole sue, ha “dato una possibilità” alla nuova compagna, e scoperto così che è simpatica, e che non capisce come si possa non voler giocare con qualcuno solo perché ha la pelle nera.

Cura

La cura migliore sono loro.

La piccola sapiente dalla rosea bocca perfetta, dagli occhi azzurri bordati di blu con cui mi guarda sognante da sotto una cascata di capelli biondi.

La bimba che sorride nel cui sguardo si concentra un’intera estate, bellissima come solo a due anni si può essere, pronta a corromperci con un sorriso e due parole dolci.

Mio marito che fa lo sciocco per farmi ridere, che mi guarda ancora come quando ci siamo conosciuti e che quando mi rifugio fra le sue braccia cancella ogni ansia.

Mi tuffo in loro per non guardare in me.

What didn’t kill me just made me tougher

Per mia madre, io sono la figlia forte, che se la cava sempre. 

Questo si è tradotto in pratica in un trattamento non troppo delicato, fatto di aperte critiche a come sono e a ciò che faccio, di scelte imposte (come quella di trovarmi un lavoro qualsiasi per pagarmi un affitto, essendomi stato imposto di andarmene di casa a metà della stesura della tesi), di velato sfruttamento. Oddio, neanche tanto velato.

Da un certo punto di vista mia madre aveva ragione, c’è in me un nucleo resistente, che vuole sopravvivere ad ogni costo e che si è manifestato la prima volta quando, a due anni, ho superato un ricovero per epatite e broncopolmonite allo stesso tempo, mantenendo il sorriso e la curiosità. 

Dall’altro lato, questa forza mi è stata imposta, richiesta, è stata data per scontata da lei per prima. Ogni mio sfogo, ogni scoppio di rabbia, gli anni della depressione, tutto è stato rintuzzato più o meno delicatamente, più o meno esplicitamente, perché io imparassi a controllarlo.

E io sono un’allieva diligente, ho imparato.

Quando ero incinta della bimba che sorride, durante il corso preparto, le ostetriche hanno intuito che la mia prima maternità non fosse stata semplice e gioiosa come in genere ci si aspetta. Dopo aver saputo com’era andata mi hanno detto che se volevo evitare un altro cesareo dovevo rilassarmi e non cercare di controllare tutto.

Ci sono quasi riuscita.

È stato quello il momento in cui mi sono resa conto di quanto la necessità di essere forte mi avesse tolto, a livello personale e di possibilità. E non solo. Tutti, in famiglia e sul lavoro, si aspettano da me che sia razionale e calma anche quando internamente sto crollando. 

E io sto crollando.

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