In breve_87

La mia fiducia nel fatto che la vita avrà sempre la meglio è tale che per mesi continuo ad annaffiare piante apparentemente morte.

Stanno germogliando quasi tutte.

Nel bosco

Foglie fitte, verde tenero, e luce che filtra.

Prati umidi di rugiada, in declivio.

Rocce coperte di muschio, sgretolate dagli anni.

La primavera avanza, e nella mia mente ci sono i boschi.

Il futuro, nei miei desideri, è una casa circondata dagli alberi, e giorni tranquilli profumati di pane caldo.

Lotta

Alzano Lombardo compare su tutti i miei documenti. La Val Seriana, ve lo assicuro, è un posto bellissimo. Pieno di gente che lavora tantissimo, un po’ tagliata con l’accetta, ma pronta a scambiare due chiacchiere se fate la stessa strada o a far giocare i suoi figli coi tuoi – cosa che credevo scontata, finché non mi sono trasferita nel milanese. E i paesaggi sono insieme bellissimi e amichevoli, montagne che nulla hanno da invidiare al Piemonte o alle Dolomiti, ma più accessibili.

In questi giorni la mia mente ha percorso le strade di quei paesi decine di volte, vedendo gli angoli più pittoreschi insieme a quelli più quotidiani e banali. Tutti, per me, sono in una certa misura luoghi del cuore.

Un’amica mi ha inoltrato la lista dei comuni bergamaschi, col numero dei contagiati. Se non è difficile giustificare i contagi in pianura o in città, così come nei comuni più vicini ad Alzano, alcuni paesi sono così remoti che mi sono stupita di trovarli menzionati.

La causa di questi contagi improbabili, in realtà, ha un nome: denaro.

Tutti sanno che la zona rossa in bergamasca non è stata istituita perché si tratta di un’area ricca di aziende di peso, le quali hanno fatto pressione per poter continuare a lavorare. I bergamaschi fanno molti chilometri per lavoro, scendendo dai loro paesi di montagna per raggiungere le fabbriche, e hanno così portato a casa anche il virus, oltre al salario.

Un’altra fonte di denaro per la valle è il turismo, fatto per lo più di villeggianti milanesi, con le loro seconde case. Quando l’emergenza è cominciata, e fino al divieto di uscire dal proprio comune di residenza, molti di costoro hanno lasciato la città e se ne sono andati in montagna, tanto che alcuni comuni hanno in questi giorni una popolazione che normalmente hanno solo in estate. Insieme ai villeggianti ha viaggiato il virus, che non a caso è ben rappresentato nelle località sciistiche.

La Val Seriana lotta per non morire, con la tenacia ostinata tipica dei suoi abitanti, e il mio cuore lotta con lei.

Nucleo

C’è qualcosa, in me, che resiste sempre.

Qualcosa che spera al di là della disperazione.

Qualcosa che mi rende, in fondo, consapevole – o almeno fiduciosa – che in fondo le cose si risolveranno, che il peggio passerà.

Quando avevo due anni e mezzo, una broncopolmonite mi diede una febbre altissima, per abbassare la quale mi diedero un farmaco cui non sapevano fossi allergica. Inizialmente il medico pensò alla scarlattina, quando mi ricoverarono fu diagnosticata la broncopolmonite e, come effetto del farmaco, un’epatite.

Di quel lungo ricovero ho pochi ricordi, data la mia giovanissima età. Ricordo però chiaramente un giorno in cui, su una barella che a me pareva gigantesca, mi portarono a fare numerosi prelievi. Io sapevo cosa mi avrebbero fatto, ma chiacchieravo tutta allegra con un’infermiera, parlandole del mio cane.

In questa situazione di precarietà e incertezza, di (giustificata) paura per i miei cari e per il futuro della mia famiglia, io sono oggi la stessa di allora, e affronto tutto col sorriso semplice di un bambino, mentre le persone attorno a me soccombono all’angoscia.

Quando

In Lombardia le scuole sono chiuse dal 24 febbraio, lunedì grasso.

Quel giorno nella scuola della bimba che sorride era in programma la festa di carnevale, alla quale avrebbero partecipato i nonni. Stavano preparando tutto da gennaio, e avrebbero decorato una maglietta da indossare alla festa di fine anno scolastico.

Gli eventi sono precipitati velocemente e molti desideri della bimba che sorride sono stati messi in pausa, rimandati a un dopo indefinito, nebuloso.

“Lo faremo dopo, quando sarà finito il coronavirus” è una delle cose che dice più spesso, e non vede l’ora di tornare a scuola per partecipare a una festa di carnevale rimasta in sospeso, e che non avverrà mai.

Ansia

Stamattina il mio capo ha indetto una videoconferenza tra tutti i colleghi per fare il punto della situazione.

Sembravamo tutti un po’ stropicciati, alcuni più di altri, e in sottofondo c’erano i rumori delle nostre case. Una collega non riusciva a far stare tranquillo il cane e prima ha cercato di mandarlo fuori, poi gli ha lanciato contro un oggetto.

Già che c’ero ho sbrigato un po’ di lavoro per aiutare i colleghi, anche se sarei in malattia e non sono quindi tenuta a farlo. Ho lavorato in tutto qualcosa più di due ore, finché il bimbo arcobaleno non ha reclamato tutta la mia attenzione.

Sono chiusa in casa da 12 giorni, durante i quali ho visto solo i miei familiari e l’autista dell’ambulanza che ha riportato a casa mio marito. Sono stati giorni di lavatrici, pane fatto in casa, spese portate a domicilio da amici e negozianti, bambini nervosi e attività varie, per passare il tempo. Nulla, in questi 12 giorni di preoccupazioni, mi ha creato l’ansia che mi ha creato questo breve intervallo lavorativo.

Già prima di questa situazione surreale trovavo il mio lavoro poco stimolante, privo di significato e fonte solamente di stress. Lo stato d’animo in cui mi trovo da stamattina mi conferma quanto la mia vita abbia bisogno di una nuova direzione, e di respirare un’aria diversa.

Gestione dell’emergenza

Mio marito ha cominciato a stare male il primo mercoledì di marzo. È rientrato dal lavoro con sintomi sospetti, ha chiamato il numero verde regionale e poi il 1500, dove gli hanno detto di chiamare il medico di base.

Il medico di base ha prescritto antibiotico e aerosol, con l’indicazione di chiamare il 112 se dopo 3 giorni non fosse scesa la febbre.

Io sono andata al lavoro, dal medico a ritirare la ricetta, in farmacia.

La domenica, non stando meglio, ha mandato un messaggio al suo medico e chiamato il 112, che ha detto di chiamare la guardia medica, che dopo quasi 3 ore di attesa ha messo giù. Il medico di base lo ha richiamato, dicendo di continuare la terapia.

Il lunedì la febbre si è alzata, ha richiamato la guardia medica, che lo ha rimandato al medico curante, specificando che sarebbe dovuto venire a visitarlo. Nel frattempo, io avevo febbre e fortissimo dolore alle ossa.

Il mercoledì il medico curante ha finalmente promesso di passare. È arrivata dopo pranzo, lo ha visitato mentre noi stavamo in mansarda, e ha immediatamente chiamato l’ambulanza.

Mio marito è uscito in ciabatte, col telefono e il caricabatterie in tasca, l’unica mascherina in nostro possesso sul naso, e se lo sono portati via direttamente dal portone, senza che lo salutassimo.

La sera dopo mi comunicava che il suo tampone era positivo e sarei stata contattata da ATS per istruzioni.

La prima telefonata l’ho ricevuta la domenica mattina dal sindaco, e da allora tutti i giorni sento la polizia locale che verifica che stiamo bene e stiamo a casa. ATS non ha chiamato.

Dopo 6 giorni è stato riaccompagnato a casa da un’ambulanza (che abbiamo pagato), con la mascherina chirurgica che indossava dal momento del ricovero e la raccomandazione di usare bagno e stanze separati rispetto a noi, perché ancora contagioso. La faccia del suo accompagnatore quando ha visto le dimensioni di casa nostra era eloquente.

Nel frattempo anche mia suocera è stata ricoverata e dimessa, e solo in seguito alla sua segnalazione ATS ha telefonato. A mio marito, non a me.

Al numero datomi dal sindaco in caso di necessità, quando abbiamo chiesto se esistesse un servizio di consegna spesa, ci hanno gentilmente risposto di cavarcela da soli.

Questo è parte di ciò che accade in provincia di Milano, e non può che peggiorare.

Voci precedenti più vecchie