In breve_75

Quattro mesi sono passati da quando mi sono svegliata in ospedale e l’unica motivazione ancora la trovo negli occhi delle mie figlie.

Cinque

“E siamo a cinque”, mi ha detto mia madre.

Ieri è morta un’altra sua sorella, una donna che mi ha sempre dato l’impressione di essere infelice e di sfogare la sua infelicità sugli altri.

Aveva solo un paio d’anni più di lei, e mia madre sente la morte che si avvicina.

Ai bordi delle strade

Lungo le strade ci sono i campi, bordati da siepi e fossi.

Ai bordi delle strade, sui margini dei fossi, c’è spazzatura ovunque. Carta, involucri di cibi, pannolini, bottiglie di plastica e assorbenti. 

Quando ero bambina ogni estate ricordo l’invasione dei villeggianti,  che creavano code infinite e spargevano spazzatura in boschi e prati. Nei mesi successivi i volontari ripulivano tutto, ma ogni anno la cosa si ripeteva. Ora incontro spesso persone che mi dicono di avere una casa di vacanza nella zona in cui sono cresciuta, e taccio ripensando alla spazzatura sparsa nella pineta.

Quando è nata la piccola sapiente avrei voluto usare pannolini lavabili, ma la scarsa conoscenza della materia, i mezzi economici limitati e l’assenza di appoggio da parte di suo padre mi avevano fatta desistere. Appena nata la bimba che sorride l’idea mi si è riproposta, mi sono informata e li usiamo con soddisfazione da più di un anno.

Sia mia madre sia mia suocera hanno usato ciripa, ma le reazioni alla mia scelta sono state opposte. Mia suocera continua a osteggiarci, sebbene nei fatti li usi; mia madre, entusiasta della maggiore facilità d’uso e sensibile al discorso ecologico, quando cambia la bambina è tutta entusiasta e ne parla anche ai conoscenti.

In generale, le reazioni quando ne parlo sono di approvazione per il principio, ma tutti sembrano considerarlo un lavoro pesante e non necessario. Lo stesso vale per l’uso di fazzoletti di stoffa o di una tazzina in ceramica al posto del bicchierino di plastica per il caffè. 

Io carico la lavatrice pensando ai cumuli di spazzatura ai bordi delle strade, e nella pineta di Clusone.

Una casa

Non so per quale motivo, ma riesco a vederla sempre e solo al ritorno.

Percorrendo la A15 verso Parma, poco dopo l’uscita di Berceto, sulla destra c’è una casa, la casa dei miei sogni.

È una vecchia casa di montagna, non abitata ma ben tenuta, utilizzata per le vacanze. Se ne sta lì a prendere il sole su un pendio erboso, poco lontana dalla strada eppure isolata.

Ogni volta mi chiedo quando, finalmente, la mia vita si svolgerà in una casa così anziché in un condominio circondato da strade.

E una parte di me si ferma lì. 

Il tempo non basta

Ieri sono stata al colloquio con le maestre della piccola sapiente, che come immaginavamo tutti è una scolara brillante dal punto di vista dell’apprendimento e della capacità di astrazione.

Molto più problematica, come già sapevo, è la sua incapacità di concentarsi, organizzarsi, essere ordinata e prendersi cura delle proprie cose.

Le maestre mi hanno chiesto di convincere mia madre a trasferirsi vicino a noi, perché nelle due settimane in cui la nonna è stata qui la piccola sapiente ha mostrato maggiore serenità, concentrazione e attenzione alle proprie cose.

Entrambe le mie figlie sono a scuola dalle 7.30 alle 18.00 circa. È una scelta che non è stata scelta: sebbene il mio cambio di lavoro mi abbia evitato di essere ancora più lontana, 14 km in provincia di Milano sono tanti, in termini di tempo. E quando si torna a casa ci sono la cena, i bucati, due figlie che devono dividersi le mie attenzioni.

La piccola sapiente, abituata ad avere una mamma che lavora vicino, e ad averla tutta per sé, è la prima a soffrirne, ma anche la bimba che sorride fra un po’ comincerà a chiedere altrettanto. E io ho solo due mani e tanto amore, e mi sono sentita la mamma peggiore del mondo.

Eppure come me ce ne sono tante, mamme che lavorano e magari mantengono in gran parte la famiglia, mamme che vivono tra il senso di colpa per i figli trascurati e quello per aver lasciato l’ufficio prima dei colleghi, mamme che devono scegliere perché è vero: per sembrare brava la metà di un uomo una donna deve lavorare il doppio. E no, non è facile come diceva la battuta successiva (mia madre aveva  un poster di Lupo Alberto in ufficio, regalatole dalle colleghe), e non è neppure giusto.

Tempo di migrare

Stamattina mi sono svegliata alle 5.00.

Mi ha svegliata l’ansia per tutte le cose da fare.

La visita di expediting e la lavatrice da far partire. Le due settimane di lavoro arretrato e le calze da comprare.

 

Oggi guardo dalla finestra per trattenere le lacrime in maniera discreta.

Perché a distanza di un mese il dolore fisico ancora si ripresenta, ma quello dell’anima è ancora peggio, cresce anziché scemare.

 

Oggi cerco di fare il mio lavoro, e di farlo bene, anche se non dovrei lasciare indietro quell’altro, quello che si è fagocitato le mie ferie e il mio sorriso.

Ma non mi diverto più, non provo piacere, perché so che quello che lascio indietro mi aggredirà domani.

 

Oggi vorrei solo alzarmi e andarmene senza salutare, camminare con una figlia in groppa e l’altra per mano finché le gambe mi reggono, senza sapere dove vado.

 

È tempo di migrare di nuovo.

Non ne vale la pena

Quasi ogni mattina, andando al lavoro, incontro ambulanze con sirena e lampeggianti, che mi ributtano istantaneamente indietro, a ormai più di tre settimane fa.

Una notte ho sognato di vedere la vita del figlio che portavo in grembo spegnersi in diretta, sul monitor dell’ecografia, con lucine che lampeggiavano per segnalare che non c’era più battito.

Devo dire a mio marito che non possiamo fare l’amore, perché mi fa male fisicamente e perché ho paura.

Paura di aver bruciato l’ultima chance, paura di provare ancora quel dolore, paura, stavolta, di crollare.

E a quella che venerdì mi diceva che vorrebbe essere come me vorrei spiegare chiaramente che come me si diventa, non si nasce, e per diventarlo c’è un costo. L’autocontrollo, la capacità di non cedere all’emotività e tirare avanti comunque,
perché si deve e non c’è alternativa, si acquisiscono pagando un prezzo, e non voglio sapere cosa abbia pagato e paghi chi si controlla meglio di me.

Ieri ho capito che andare al lavoro mi rende infelice, ed è un vero peccato visto che sono piuttosto brava in quello che faccio e mi ci impegno a fondo. Ma la mattina mi alzo col buio e lascio le mie figlie a qualcun altro, per recuperarle
poi quando farà buio di nuovo, e no, non ne vale la pena. Come non vale la pena di vedere mio marito ammazzarsi e rischiare la salute nella speranza di togliere a me questo peso.

Nell’ultimo mese ho perso un chilo. Quel chilo era mio figlio.

Voci precedenti più vecchie