Chiamare le cose col loro nome

Arriva il momento di guardare le cose in faccia: sono depressa.

Tengo assieme i pezzi grazie ad anni di esperienza, ma comincio a perderli, qua e là, e onestamente non saprei come recuperarli.

Antica danza

Negli ultimi giorni le notizie della positività di personaggi ricchi e potenti hanno scatenato commenti di ogni tipo, che augurano loro il peggio o viceversa si dolgono per persone che magari proprio prudenti non sono state.

Per me è solo un memento di qualcosa la cui rappresentazione è stata sotto i miei occhi negli anni della mia infanzia e adolescenza, qualcosa che a distanza di secoli ha ancora un impatto fortissimo su chi la contempla dal vivo.

Curioso che si trovi poco lontano da dove il colpo si è abbattuto più violentemente.

(Intanto noi scopriamo i protocolli con cui dovremo affrontare quest’anno scolastico, e non è affatto piacevole)

Al lago

Vent’anni dopo il mio diploma, sono tornata ieri nella cittadina dove ho frequentato le superiori, sul lago d’Iseo.

Il fatto di essere lì per un colloquio di lavoro è stato una fortuna, probabilmente, perché quando mi sono trovata davanti quei luoghi noti, in gran parte invariati, ho letteralmente vacillato. Mi è girata la testa e sono stata sul punto di piangere, ma le circostanze mi hanno costretta a mantenere il controllo.

Il lago, tanto per aumentare l’effetto, si presentava davvero al suo meglio, e sembrava strano ricordare tutte le volte in cui ho atteso l’autobus sotto la pioggia, in piedi su uno stretto marciapiedi, le auto che passando ci inondavano con l’acqua delle pozzanghere. Siccome eravamo un bel gruppetto di studenti, di solito uno teneva l’ombrello sopra la testa e l’altro davanti, a mo’ di barriera per le gambe.

Quando viviamo quotidianamente un luogo, quando ci siamo abituati, spesso ci sfugge la sua reale bellezza. Sono stati gli occhi di mio marito e della bimba che sorride a regalarmi uno sguardo vergine su qualcosa di familiare, ma mi ci sono voluti vent’anni di assenza per capire.

Alberi in fila

Io lo so, perché in pianura piantano file d’alberi in mezzo ai campi.

Non è per l’ombra, non è per delimitare le proprietà.

È perché l’occhio non sopporta di avere nulla su cui soffermarsi, in questa immensità dove non ci sono né montagne, né mare, né nessuna ondulazione.

Inaspettato e affascinante

Una casa a Bognanco

Oggi io, la bimba che sorride e il bimbo arcobaleno abbiamo accompagnato mio marito, che doveva fare dei lavori nella casa in montagna di un architetto con cui spesso collabora.

Mentre lui e l’operaio facevano il lavoro, noi ce ne siamo andati a fare due passi, senza inoltrarci nei sentieri, ma semplicemente lungo la strada. C’erano diversi agglomerati di case, piccoli centri abitati con qualche edificio ristrutturato e tante, tantissime abitazioni antiche, abbandonate, a volte veri e propri ruderi, anche se sorprendentemente solidi.

Piani inferiori di sassi, l’ultimo in legno, con tetti ricoperti di pietre. Porte sconnesse ma chiuse, strade che sono in realtà scale.

Sono tornata chiedendomi di cosa vivessero coloro che avevano costruito e abitato quelle case, in un territorio che non appare adatto all’allevamento per via dei pendii ripidi e boscosi, e nemmeno al commercio del legname, non essendoci modi semplici di farlo arrivare a valle. L’architetto ha saputo rispondermi per gli ultimi 60, 70 anni forse, ma prima?

Nel pomeriggio ho fatto ancora due passi, sola col bimbo arcobaleno sulla schiena, e ho percorso diverse stradine – scale, sconnesse e regolari, di pietre o di mattoni, antiche o recenti – dentro un paio di questi agglomerati di case. Sono sbucata accanto a un lavatoio, dove era esplicitamente proibito lavare i panni, ma accanto al quale pendeva un mestolo per bere – come accanto a una fontana vista la mattina, come non ne vedevo da almeno 30 anni.

Una casa, in queste camminate, mi ha colpita. Bella, con la struttura delle vecchie case ma materiali, colori apparentemente diversi. Costruita in una posizione strana, difficile anche per quei luoghi difficili. Abbandonata, almeno a giudicare dalla vegetazione che copriva il sentiero per raggiungerla.

Mi sono chiesta, mi chiedo, cosa spinga una persona a scegliere quel punto per costruire la casa, chi l’abbia amata abbastanza da ristrutturarla, perché sia stata abbandonata.

Sognare, consapevolmente

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. (Shirley Jackson, L’incubo di Hill House)

Si dice che sognare non costa nulla, ma sognare costa caro.

Costa in termini di energie, quelle spese a inseguire il sogno e quelle che servono a tenerlo a galla, a impedire che sprofondi nel mare delle delusioni, delle difficoltà, delle abitudini.

Costa caro in termini di rapporti, perché chi ti circonda, soprattutto chi dovrebbe sostenerti e aiutarti a volare, quando ne parli ti guarda e scuote la testa. Meglio un lavoro frustrante ma sicuro, meglio una vita di grigia infelicità, ma con tante comodità, tanti oggetti che la rendano più sopportabile.

Ti trovi a chiederti se sei un pazzo irresponsabile o se siano gli altri a non avere coraggio. Ti trovi a chiederti se sognare sia davvero una cosa da ragazzini, o una necessità profonda e irrinunciabile dell’essere umano.

E guardandoti allo specchio capisci che magari non è fondamentale per tutti, ma lo è per te.

Caldo e freddo

Dopo un inizio estate tutto sommato mite, la pianura Padana sta prevedibilmente dando il peggio di sé. Uscire è una sofferenza anche al mattino, dopo le 9.30 si deve stare barricati in casa, e per chi come noi è senza condizionatore la cosa può essere particolarmente spiacevole.

Quando conobbi mio marito abitavo in un appartamento con stanze ampie e luminose, ma vecchio, con infissi difettosi e un impianto di riscaldamento non all’altezza. Dati i costi altissimi e i risultati scarsi, decidemmo di spostarci in quello attuale, che è piuttosto recente e ha una buona classificazione energetica.

Va detto che mantiene magnificamente il calore, in inverno è sempre caldo, anche quando il riscaldamento non parte. Il problema è che lo stesso mantenimento del calore avviene in estate, e la temperatura in casa non cala nemmeno quando fuori soffia il vento – che peraltro, a causa della posizione delle finestre, nemmeno riesce a penetrare.

Mi chiedo sempre, in queste circostanze, quali siano i criteri che determinano l’attribuzione di una determinata classe energetica, in un mondo in cui il freddo sembra vada via via scomparendo. La mia sensazione è che non ci sia una vera e propria progettazione delle abitazioni, che il comfort di chi ci vivrà non sia l’obiettivo. Si costruisce pensando di mantenere il caldo, tanto d’estate ci sono i condizionatori, ma è impossibile considerare questa prospettiva come realmente orientata al risparmio energetico.

Camera mia, ore 16.00 del 28 luglio.

Grido

Da 14 anni faccio lavori che non c’entrano nulla con me, quello che trovo, perché devo sopravvivere – e spesso la mia ricerca era urgente, non ho potuto scegliere.

Mi sacrifico per dovere, per coloro che amo.

Il sacrificio permette a mio marito, appena nata la bimba che sorride, di lasciare un lavoro in vetreria che lo fa sentire in prigione per lavorare col fratello, prima da dipendente, poi da socio. Ci permette di andare avanti in momenti difficili.

Dopo 14 anni non ce la faccio più, e lascio il lavoro, che ormai detesto. Mi permetto di sognare un corso per riqualificarmi, per cominciare una nuova vita con un lavoro più interessante.

Il sogno dura un mese. Poi la schiena di mio marito mi riporta alla realtà – lui dovrà lasciare un lavoro in cui ha 20 anni di esperienza, con la prospettiva di trovare poco o niente, e io tornare a fare quello che ho fatto per anni: un lavoro che non amo, che non mi appassiona, che mi spegne.

Ed è un grido di dolore quello che mi sale dalle viscere, e mi tiene sveglia nella notte, il grido di chi vorrebbe liberarsi, ma non può.

Aspettative

Ci si aspetta che io cerchi lavoro – aggiorni il curriculum, guardi le offerte, magari faccia qualche corso.

Ci si aspetta che io mi occupi della casa – visto che non devo andare in ufficio, oltre all’ordinaria amministrazione posso riordinare, pulire a fondo, buttare ciò che non serve.

Ci si aspetta che io mi occupi di affitto e bollette, delle faccende amministrative e legali – l’ho sempre fatto, anche lavorando, e ho buona memoria per tenere a mente tutto.

Ci si aspetta che mi occupi dei bambini – che io pensi non solo a nutrirli e vestirli, ma faccia fare loro attività stimolanti e educative, e aiuti la piccola sapiente coi compiti per le vacanze (ché io credevo che dopo la quinta elementare passasse un’estate senza compiti, e invece…), senza mai far mancare l’affetto.

Ci si aspetta che io mantenga interessi, passioni, hobby – ora che non devo andare in ufficio, ho tutto il tempo per coltivarle e arricchirmi spiritualmente e culturalmente.

Ci si aspetta, anche, che ormai 39enne io non trascuri il mio aspetto fisico – bisogna rimediare ai danni del tempo e delle gravidanze e cercare di mantenere bene quello che c’è, così che mio marito guardandomi non veda una vecchia e che a un colloquio di lavoro io possa fare buona impressione, oltre a sentirmi bene con me stessa.

Ci si aspetta che nel corso delle 24 ore io faccia tutto questo, e lo faccia bene, perché sono intelligente e dotata, e un risultato mediocre, da me, non sarebbe accettabile.

Ci si aspetta che io faccia tutto da sola, naturalmente, perché gli altri lavorano, e io no.

In breve_93

Sprofondo in un mare di solitudine, proprio quando stare sola è veramente impossibile.

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