PlasticaNo

Stamattina sono entrata in un noto negozio bio, per acquistare qualcosa che non avrei trovato altrove.

Ho visto scaffali e scaffali di cibi costosi, alcuni difficili da reperire, altri piuttosto comuni.

Ho visto prodotti non dissimili da quelli che si possono trovare in qualsiasi supermercato, ma declinati in versione biologica o biodegradabile.

Mi sono chiesta, uscendo, se sia davvero necessario utilizzare bicchieri o tovaglioli usa e getta, e se sceglierli biodegradabili non sia solo un modo per lavarsi la coscienza, senza però cambiare realmente le proprie abitudini negative.

Ho anche riflettuto su quanto questo tipo di negozio, dove una famiglia normale non potrebbe mai permettersi di fare la spesa, risponda probabilmente più a richieste commerciali, legate a una moda, che a una reale spinta al cambiamento, e porti anche a considerare la scelta di ridurre il proprio impatto sull’ambiente come qualcosa che solo i ricchi possono permettersi.

Sono convinta che piccoli cambiamenti da parte di tutti possano migliorare il mondo, ma mi piacerebbe che tutti potessero davvero permettersi di farli.

Affinità

Da quando sono disoccupata, accompagno i bambini a scuola quasi sempre a piedi. È una scelta economica, ecologica e legata al mio bisogno di fare un minimo di moto.

Sia all’andata sia al ritorno incontro molti altri genitori che fanno altrettanto, quasi esclusivamente donne, prevalentemente non italiani.

Questa mattina, mentre tornavo dal nido, ho incrociato a un attraversamento pedonale un terzetto di donne arabe che conversavano fra loro, rientrando dopo aver accompagnato i figli a scuola.

Mi è venuto in mente mio fratello, ormai da 10 anni stabilitosi a Londra, il quale afferma di evitare più possibile gli italiani, poiché tendono a formare gruppi nei quali si parla solo italiano e spesso si isolano dagli inglesi.

Eppure, qui nel nostro Paese stigmatizziamo quelle comunità che tendono a restare compatte, a parlare sempre la propria lingua mentre ignorano l’italiano, a mantenere i propri usi in un Paese che non è il loro.

Dovremmo provare sempre a osservarci dall’esterno, a renderci estranei a noi stessi, per conoscerci davvero.

(L’importanza della) Memoria

Stamattina, mentre la bimba che sorride si cambiava le scarpe per entrare a scuola, un ragazzino, che probabilmente frequenta la scuola media che si trova al piano superiore, ha urlato un paio di volte “Viva il Duce”.

Tornata a casa, sento alla televisione un uomo anziano raccontare di quando, ragazzo internato nel campo di Fossoli, dovette leggere nella lista dei destinati ad Auschwitz i nomi degli zii, insieme a quelli dei cuginetti di 11 e 5 anni.

La piccola sapiente ha 11 anni, la bimba che sorride ne ha 5.

Entrambe, con diverso livello di dettaglio, sanno cosa accadde nei campi di sterminio, perché davvero la memoria è l’unica speranza che bambini e bambine come loro non debbano mai più essere mandati a morte.

Crescita nascosta

Qualcosa cresce in lui, qualcosa cresce in lei.

Lei non sa ancora che il tumore che suo padre sta fronteggiando da anni ha ormai vinto, e se lo porterà via prima dell’estate – prima del suo 70esimo compleanno.

Lui non sa ancora che sua figlia, la più piccola, aspetta un figlio che per i medici non sarebbe dovuto arrivare mai, e che nascerà invece poco prima che la mamma compia 26 anni.

In divenire

È da quando è cominciato il lockdown che sento prevedere un cambiamento.

È da quando è cominciato il 2021 che sento osservazioni sul fatto che non sia cambiato niente.

Parafrasando il sottotitolo di questo blog, mi sento di dire: qualsiasi cambiamento parte innanzi tutto da dentro. E ha tempi lunghi, aggiungerei.

Così, iniziando da uno dei momenti di maggiore sconforto, ho deciso di cambiare, fuori ma soprattutto dentro.

In breve_94

Bella, Bergamo alta, immersa in una luce dorata mentre attorno tutto è plumbeo, e incoronata da un timido lembo di arcobaleno.

A badilate

Un paio di giorni fa ha nevicato. Una nevicata bella, a larghe falde, che alla fine ha lasciato sul terreno una ventina di centimetri di neve soffice e asciutta.

Quando mi sono svegliata, affacciandomi alla finestra mi sono resa conto che il cancello carraio del condominio faticava ad aprirsi, così ho lasciato la famiglia a dormire e dopo aver fatto colazione sono scesa a spalare neve dalla rampa dei garage.

Lì ho trovato un vicino che dava istruzioni a una donna su come affrontare la salita in auto. Ho afferrato il badile lasciato a disposizione dall’impresa di pulizie e mentre lui spargeva sale mi sono messa a sgombrare rampa e cancello.

Mezz’ora dopo avevo finito e sono risalita, ma in breve era tutto bianco di nuovo, così altri due condomini e mio marito sono scesi a spalare a loro volta, spargendo contestualmente il sale.

Verso le dieci sono arrivati i dipendenti dell’impresa di pulizie, che si sono fumati una sigaretta, hanno criticato il lavoro fatto da noi e poi hanno sgombrato i vialetti in cortile.

Tutto questo mi ha ricordato le nevicate in valle, quando uscivamo tutti a spalare prima ancora che il cielo si rischiarasse. Vedevi persone di età diverse, uomini, donne e ragazzi, e se qualcuno era solo o non in grado di cavarsela veniva aiutato dai vicini.

Il condominio dove abito dovrebbe avere la rampa riscaldata ma – fatalità – dopo l’ultimo intervento degli elettricisti le resistenze hanno smesso di funzionare. L’impresa di pulizie avrebbe il compito di sgombrare i passaggi e la rampa dei garage, e viene pagata a parte per questo, ma nonostante la neve fosse ampiamente prevista nessuno si è presentato finché chi doveva andare al lavoro non era già uscito da tempo.

Infine, non meno importante, ci sono oltre 60 appartamenti nel condominio, ma solo da quattro di questi qualcuno è sceso a spalare. Non per tutti era una necessità, fra l’altro, dato il periodo di ferie.

Quando confronto il luogo in cui vivo con quello in cui sono cresciuta, sono queste le differenze che noto, rendendomi conto di quanto il mio approccio risulti anomalo da queste parti: darsi da fare, sempre, senza rimandare e pensando al bene comune.

Saranno rozzi, i montanari, ma pur essendo più isolati sono forse meno soli.

Chiamare le cose col loro nome

Arriva il momento di guardare le cose in faccia: sono depressa.

Tengo assieme i pezzi grazie ad anni di esperienza, ma comincio a perderli, qua e là, e onestamente non saprei come recuperarli.

Antica danza

Negli ultimi giorni le notizie della positività di personaggi ricchi e potenti hanno scatenato commenti di ogni tipo, che augurano loro il peggio o viceversa si dolgono per persone che magari proprio prudenti non sono state.

Per me è solo un memento di qualcosa la cui rappresentazione è stata sotto i miei occhi negli anni della mia infanzia e adolescenza, qualcosa che a distanza di secoli ha ancora un impatto fortissimo su chi la contempla dal vivo.

Curioso che si trovi poco lontano da dove il colpo si è abbattuto più violentemente.

(Intanto noi scopriamo i protocolli con cui dovremo affrontare quest’anno scolastico, e non è affatto piacevole)

Al lago

Vent’anni dopo il mio diploma, sono tornata ieri nella cittadina dove ho frequentato le superiori, sul lago d’Iseo.

Il fatto di essere lì per un colloquio di lavoro è stato una fortuna, probabilmente, perché quando mi sono trovata davanti quei luoghi noti, in gran parte invariati, ho letteralmente vacillato. Mi è girata la testa e sono stata sul punto di piangere, ma le circostanze mi hanno costretta a mantenere il controllo.

Il lago, tanto per aumentare l’effetto, si presentava davvero al suo meglio, e sembrava strano ricordare tutte le volte in cui ho atteso l’autobus sotto la pioggia, in piedi su uno stretto marciapiedi, le auto che passando ci inondavano con l’acqua delle pozzanghere. Siccome eravamo un bel gruppetto di studenti, di solito uno teneva l’ombrello sopra la testa e l’altro davanti, a mo’ di barriera per le gambe.

Quando viviamo quotidianamente un luogo, quando ci siamo abituati, spesso ci sfugge la sua reale bellezza. Sono stati gli occhi di mio marito e della bimba che sorride a regalarmi uno sguardo vergine su qualcosa di familiare, ma mi ci sono voluti vent’anni di assenza per capire.

Voci precedenti più vecchie