Pro-vita

Da anni, ormai, sento parlare di revisione della legge 194, e riflettendoci credo che anche l’errata datazione della mia prima gravidanza fosse dovuta al timore che abortissi – cosa che spostando avanti l’epoca di un paio di settimane erano certi non potessi fare.

Il mio medico, allora, mi disse: “Sono contento che tu non voglia abortire. Ti avrei assistito e appoggiato comunque, ma per quello che so, per quello che ho studiato, equivale davvero a un omicidio”.

Questa è una posizione che posso accettare, io che non ho pensato mai all’aborto per me (e il caso me ne ha regalati due) ma ho sempre sostenuto che dovesse essere un diritto garantito.

Ora chi parla di revisione non lo fa da posizioni mediche, ma ideologiche. Perché bisogna essere a favore della vita, e quindi contrari all’aborto, all’educazione sessuale nelle scuole e all’omosessualità. E chi vuole revisionare questa legge occupa ormai posizioni di potere, può decidere per noi e sul nostro corpo.

Mia madre, come assistente sociale, ha conosciuto molte donne incinte e in crisi, perché la gravidanza non era programmata. Racconta che ogni volta spuntavano all’orizzonte le associazioni pro-vita, e quando convincevano le donne a non abortire davano poi loro qualche vestitino, un po’ di pannolini e un caro saluto.

Diciamocelo, fare figli in Italia non è semplice, a partire dal fatto che se sei donna in età fertile potresti solo per questo non trovare lavoro facilmente quanto un uomo. Se andrai in maternità molto probabilmente ti verrà fatto pesare, perché per l’azienda è un costo. E al di fuori dell’ambito lavorativo faticherai a trovare un posto al nido, e tutto ti spingerà a pensare che sarebbe meglio stare a casa a badare ai figli.

È dura con un figlio, più dura con due.

Vi saprò dire con tre…

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Motivazionale

Qualche giorno fa su un gruppo Facebook dedicato ai libri è stato chiesto alle mamme quando trovassero il tempo per leggere.

In mezzo ai tempi morti più disparati (pause pranzo, code agli sportelli, sale d’attesa, sport dei figli, mezzi pubblici…) c’erano quelle che consigliavano di svegliarsi prima al mattino, facendo anche riferimento a un libro motivazionale.

Molte hanno risposto che nonostante la fatica iniziale poi hanno trovato piacevole quell’oretta per loro ricavata alzandosi alle 6.30.

Ora, al di là del fatto che “motivazionale” per me è una specie di anatema, alzarmi alle 6.30 per me sarebbe già un meraviglioso regalo in termini di sonno.

Spesso si risponde con consigli a casaccio, senza conoscere le vite di coloro che abbiamo di fronte, e le frasi motivazionali che hanno funzionato benissimo con alcuni possono essere estremamente irritanti per altri. Tendiamo a giudicare le persone da dettagli che scollegati dal contesto danno un’idea falsata della situazione, e successivamente fatichiamo a staccarci da questo giudizio iniziale.

Attendo con ansia il giorno in cui la mia vita non sarà oggetto di consigli su come migliorarla, ma sarà piena di aiuti per raggiungere l’obbiettivo.

Guardalo negli occhi

“Ahmed quando fa qualcosa di male non lo devi chiamare. Se lo chiami non capisce. Lo devi guardare negli occhi, se lo guardi negli occhi capisce”

La bimba che sorride, dall’alto dei suoi 3 anni, ha capito come annullare le barriere linguistiche.

Lutto

Il lutto è una faccenda complessa. È difficile da affrontare per chi lo subisce, ma anche per chi osserva.

Sono disconnessa, suscettibile, menefreghista, disorganizzata, apatica. Non posso dire di soffrire, se non in momenti molto specifici, ma che non sto bene è più che evidente.

Le persone che mi circondano non sanno bene come comportarsi. Qualcuno tace e mi osserva. Qualcuno esprime la sua vicinanza a parole, o con abbracci, e sebbene io apprezzi e mi scaldino il cuore taccio, non so come reagire, perché se mi permettessi di mostrate i miei sentimenti piangerei. Altri, e sono molti, cercano di risollevarmi il morale con banalità e frasi fatte, aumentando la mia irritazione e la mia sofferenza.

Non è la prima volta, so che non ci vorrà poco.

Penso che dovrei ripensare radicalmente la mia vita, cambiare lavoro, cambiare casa.

Penso che non ce la farò mai.

Penso di uccidermi, perché non ce la faccio ad andare avanti giorno per giorno.

Penso che non lo farò mai, ma anche che non sia affatto un buon segno.

Resta

Resta con noi.

Con le tue sorelle, che parlano di te con tutti, e che parlano con te ogni giorno, carezzando la pancia della mamma.

Con tuo padre che non si arrende e quindi crede che non ti arrenderai, e lo crederà fino all’ultimo.

Con tua madre che quando ha visto il sangue ha pianto e urlato, ed è corsa in ospedale da sola sperando che i medici facessero qualcosa e chiedendoti di non andartene, e che vede sul suo corpo tutti i segni della tua assenza, ma non ci si vuole arrendere.

Giorni

Sono giorni di sole cocente, e afa, e aria condizionata.

Sono giorni che andrebbero passati a far lavori sul portico di casa, nelle ore fresche del mattino o la sera, quando il sole tramonta e un alito di vento rompe la cappa di calore.

Sono giorni da dedicare all’orto, alla frutta, alle conserve – per quanto stare in cucina sia una sofferenza – e al cucito, alla sistemazione di vecchi mobili, al lavaggio delle tende e dei vestiti troppo piccoli, da archiviare – forse definitivamente o forse, chissà…

Sono giorni in cui guardare le bambine che giocano in giardino, sotto gli alberi, mentre pulisco con le finestre aperte.

Ogni mattina la sveglia suona alle 5.50. La spengo, vado in bagno, mi peso – constatando che le oscillazioni del mio peso sono del tutto inspiegabili- poi scendo a preparare la colazione e lo zaino col pranzo da portarmi al lavoro. Mangio, mi lavo, mi vesto e prendo l’auto per raggiungere un ufficio dove passerò qualcosa più di sei ore a fare moltissimo sentendomi inutile, e un’ora a leggere. Torno a casa e fa troppo, troppo caldo, ma stendo il bucato, lo piego, faccio due cose sentendomi appiccicosa e inutile, poi fisso la TV.

Perchè non ho un orto, un portico, un giardino, una casa, il tempo di fare ciò che amo, il tempo della lentezza.

Perchè i miei sogni mi divorano, mi ossessionano, come il caldo, e me ne vorrei sbarazzare.

Refugees

Quando dormono, i bambini fino a quattro o cinque anni tengono tutti la stessa posizione.

La stessa posizione che prendono i loro piccoli cadaveri quando vengono portati a riva dal mare, dopo il naufragio della barca che doveva portarli a una nuova vita.

Davvero crediamo che i genitori che mettono così a repentaglio la vita dei figli non siano veramente disperati, pronti a rischiare e a dare tutto ciò che hanno per lasciare il loro Paese?

Davvero è possibile, davanti a cadaveri che potrebbero essere quelli dei nostri figli o nipoti (io ci ho visto la mia secondogenita, e ho pianto), continuare a dire “Ben gli sta, potevano starsene a casa loro”?

Un giorno al supermercato ho incontrato una donna incinta con un bimbo sui due anni. Parlava solo inglese ed era a piedi, col passeggino.

Le ho offerto un passaggio e sul momento non capiva. Poi mi ha detto:

“Thank you. People don’t like to help refugees”

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