Identità

La prima figlia è la sapienza.

La seconda l’allegria.

Il terzo la forza.

Ognuno di loro è stato quello di cui avevo bisogno in quel momento.

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Il bimbo arcobaleno

Il bimbo arcobaleno è una gioia che non credevo di provare.

È un bimbo forte che alza già la testa, ma se ne sta tranquillo a guardarsi attorno, con l’aria di chi si concentra per imparare tutto.

È nato in una famiglia rumorosa, con due sorelle che litigano fra loro ma poi si perdono a guardarlo, contemplandolo per ore. La piccola sapiente implora di poterlo prendere in braccio, e data la sua età le viene concesso quasi sempre; la bimba che sorride non dimentica mai di salutarlo e dargli un bacino su una gamba.

Durante la gravidanza gli ho parlato poco, frenata dal timore di perdere anche lui e dal turbine degli impegni familiari, ma ora è un continuo dialogo fra me e lui, mentre mi fissa, con la boccuccia che succhia al mio seno.

È figlio di un terzo, indesiderato cesareo, ma mi spinge ad accettare tutto, pur di averlo accanto e di potermene prendere cura.

Il bimbo arcobaleno è il mio ultimo figlio, ed è di nuovo un grande amore.

Rotolo

Sapendomi vicina alla fine della gravidanza, in un periodo di caldo torrido, ieri mio fratello mi ha mandato un WhatsApp da Londra chiedendomi come stessi.

“Rotolo”, è stata la mia risposta, particolarmente appropriata se consideriamo che di profilo la mia pancia risulta grande il doppio rispetto al resto di me – e questo non rende il movimento particolarmente semplice.

La risposta di mio fratello è stata che comunque non sono mai stata agile, e lì ho interrotto la conversazione.

Si tratta di una modalità di interazione comune a entrambi i miei genitori, attuata da mia madre in maniera più indiretta – attaccando ai fianchi con continue osservazioni negative sotto forma di consigli – e da mio padre in modo esplicito – con frasi tipo “È inutile che ti trucchi, tanto sei brutta comunque”, che a 14 anni non è molto incoraggiante.

Si tratta di una modalità di interazione basata su competizione e umiliazione, come se anche all’interno della famiglia fosse necessario essere sempre i migliori, calpestando gli altri e facendoli sentire inferiori.

Abituata a subire tutto questo in famiglia, ho accettato per anni che i miei partner facessero lo stesso, lasciando che ragazzi e uomini spesso meno che mediocri mi criticassero, mi umiliassero, mi facessero sentire sempre non all’altezza, nonostante dall’esterno fosse chiara la mia superiorità su di loro.

Sono riuscita ad acquistare consapevolezza di tutto questo dopo i trent’anni, a prezzo di delusioni e dolori, grazie anche a chi mi è stato vicino in maniera onesta e disinteressata. Mi dispiace che mio fratello, che pure da anni segue un percorso di sostegno, continui ad adeguarsi a una modalità di interazione così distruttiva.

Tagli

Quando scoprii di essere incinta della piccola sapiente mi rivolsi all’ospedale della città in cui vivevo, centro d’eccellenza pediatrico e ginecologico di livello internazionale. Lì stabilirono la data presunta del parto e la misero per iscritto, pur avendomi confermato a voce più di una volta che le ecografie confermavano i miei calcoli sulla data del concepimento.

Mesi dopo, nell’ospedale in cui avrei partorito, spiegai come erano andate le cose, e loro mi credettero, ma un piccolo ospedale di provincia non poteva andare contro quanto scritto da un centro di eccellenza. Fu così che per due giorni tentarono di indurre il parto, come se fossi due settimane oltre il termine mentre a malapena ci ero arrivata, e terminò in un cesareo d’urgenza nel cuore della notte.

Quasi sei anni dopo, sentita la mia storia, la ginecologa che mi seguiva mi fece subito fare un’ecografia di datazione. In quella successiva, tuttavia, la rapida crescita della bambina portò ad anticipare la data presunta di una settimana. L’ospedale, date le dimensioni della nascitura, mi fissò un cesareo solo una settimana dopo tale data, ovvero quando secondo la prima datazione sarei stata a termine.

Arrivai in ospedale la notte precedente, con il travaglio appena iniziato. Arrivato il mattino, e l’ora in cui sarei dovuta entrare in sala operatoria, mi dissero che c’era un grosso rischio per la bambina, e accettai il secondo cesareo.

Entrambe le volte i mesi successivi sono stati pieni di dolore, e non riuscivo nemmeno a svolgere le attività di base per occuparmi della casa e delle figlie. Con la bimba che sorride, addirittura, presi antidolorifici per quasi tre mesi. Allattamento difficile e breve la prima volta, completamente fallito la seconda. Mio marito si alzava la notte per dare il biberon alla bambina, perché io ci mettevo svariati minuti solo per alzarmi dal letto.

Manca meno di un mese alla data in cui dovrebbe arrivare naturalmente a termine la mia attuale gravidanza. Ho fatto quanto ho potuto per evitare il terzo cesareo ed avere finalmente un parto naturale, ma la lettura della mia cartella clinica ha fatto sì che questa possibilità venisse definitivamente esclusa. Mi preparo quindi a un terzo intervento, con conseguenti difficoltà e dolore, e a livello psicologico la cosa non mi risulta affatto semplice.

Rifletto però su come piccoli errori o decisioni prese da medici che mi hanno vista solo una volta abbiano avuto un enorme impatto sulla mia vita e su quella dei miei figli. Mantenere una datazione basata sull’ultima mestruazione nonostante un ciclo molto irregolare, scegliere la soluzione più semplice per l’ospedale, suturare in un modo anziché in un altro… sembrano piccole cose, ma fanno un’enorme differenza per me, che mi preparo ad accogliere un bambino senza sapere se potrò occuparmene.

Il futuro

Ci sono tante riflessioni innescate dalle elezioni europee.

Alcune di esse riguardano l’ambiente e l’attenzione alle tematiche correlate.

E a me viene in mente la piccola sapiente che, vedendomi lavare i pannolini usati con la bimba che sorride così da averli pronti quando nascerà il piccolo, ha sospirato:

“Però non è giusto… avrei voluto anch’io i pannolini lavabili al posto di quelli schifosi usa e getta”.

Quella che oggi è una scelta strana e un po’ fricchettona un domani, grazie alle mie figlie, potrebbe fare il bene di tutti, anche per chi mi ha detto “E a me che importa se ci mettono 500 anni a degradarsi, io mica ci sarò”

Durevolezza e precarietà

Stamattina si parlava con la piccola sapiente dei pro e dei contro di e-reader e libri cartacei. Diceva che l’e-reader ha il grosso vantaggio, quando viaggi, di poterti portare dietro molti libri con pochissimo peso e ingombro, ma il buon profumo della carta non si batte.

Conveniva poi con me che la durata del libro cartaceo è notevolmente superiore, tanto che lei stessa ha per le mani libri che hanno ben più di 60 anni.

È la durevolezza che mi piace, nelle cose importanti. Ci sono cose che possono cambiare ogni giorno, ma quelle su cui fondiamo le nostre vite no, vorrei che fossero sempre lì – e certo pensando al mio passato non è difficile capire da dove venga questo bisogno.

Vivo una vita precaria da quando ero bambina. Le case in affitto, cambiate quando l’affitto aumentava troppo. Il matrimonio dei miei genitori, smantellatosi pian piano sotto i miei occhi di bambina. I lavori precari e sottopagati, giusto per mantenermi, senza mai potermi concedere uno sfizio. I tanti traslochi, su grandi distanze, con sradicamenti e riradicamenti spesso incompleti, perché troppo brevi. Il fallimento dei rapporti sentimentali, sopra a tutti quello col padre della piccola sapiente, un uomo incapace di mantenersi fermo anche solo su una punizione. Gli studi completati e mai spesi, perché bisogna prima fare la gavetta e per la gavetta non ti pagano abbastanza.

I quarant’anni sono vicini, giusto un paio di estati, e la sensazione di aver sprecato quello che tutti descrivevano come un enorme potenziale cresce ogni giorno.

Pro-vita

Da anni, ormai, sento parlare di revisione della legge 194, e riflettendoci credo che anche l’errata datazione della mia prima gravidanza fosse dovuta al timore che abortissi – cosa che spostando avanti l’epoca di un paio di settimane erano certi non potessi fare.

Il mio medico, allora, mi disse: “Sono contento che tu non voglia abortire. Ti avrei assistito e appoggiato comunque, ma per quello che so, per quello che ho studiato, equivale davvero a un omicidio”.

Questa è una posizione che posso accettare, io che non ho pensato mai all’aborto per me (e il caso me ne ha regalati due) ma ho sempre sostenuto che dovesse essere un diritto garantito.

Ora chi parla di revisione non lo fa da posizioni mediche, ma ideologiche. Perché bisogna essere a favore della vita, e quindi contrari all’aborto, all’educazione sessuale nelle scuole e all’omosessualità. E chi vuole revisionare questa legge occupa ormai posizioni di potere, può decidere per noi e sul nostro corpo.

Mia madre, come assistente sociale, ha conosciuto molte donne incinte e in crisi, perché la gravidanza non era programmata. Racconta che ogni volta spuntavano all’orizzonte le associazioni pro-vita, e quando convincevano le donne a non abortire davano poi loro qualche vestitino, un po’ di pannolini e un caro saluto.

Diciamocelo, fare figli in Italia non è semplice, a partire dal fatto che se sei donna in età fertile potresti solo per questo non trovare lavoro facilmente quanto un uomo. Se andrai in maternità molto probabilmente ti verrà fatto pesare, perché per l’azienda è un costo. E al di fuori dell’ambito lavorativo faticherai a trovare un posto al nido, e tutto ti spingerà a pensare che sarebbe meglio stare a casa a badare ai figli.

È dura con un figlio, più dura con due.

Vi saprò dire con tre…

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