La percezione della povertà

Qualche giorno fa il governo ha annunciato che fra le varie misure previste dalla finanziaria ci saranno asili nido gratuiti per tutti, o quasi.

Si tratta ovviamente di un annuncio propagandistico, ma prevedono in effetti un innalzamento e ampliamento dei contributi già previsti, con due soglie ISEE di 25.000 e 40.000.

Sui social network ho visto comparire moltissimi commenti che dicevano che solo famiglie monoreddito potranno così accedere, e per me che faccio ISEE da 18 anni è stato immediatamente chiaro che costoro, invece, non sanno proprio come funzioni.

In molti casi, però, sospetto che si tratti di una errata percezione della propria situazione economica.

Un paio di settimane fa si parlava con la piccola sapiente di viaggi intercontinentali, e le ho detto che mi piacerebbe molto visitare l’India ma non ce lo possiamo permettere. Lei ci ha riflettuto e mi ha chiesto come sia stato possibile, allora, che suo padre ci sia stato da ragazzino insieme alla madre, dal momento che le ha sempre detto che erano poveri.

Ho affrontato con lei il tema della povertà reale e di quella percepita, dicendole che molti pensano a tutte le cose costose che vorrebbero, anziché a quelle necessarie che hanno.

Dovremmo tutti interrogarci su cosa ci serva per essere felici, quanto ci serva davvero per ottenerlo e quale sia, per noi, la vera ricchezza.

Consumo

La pubblicità in TV, in genere, non è esattamente piacevole. Ricordo che mio padre a volte all’ennesima interruzione cambiava canale, e tanti saluti al programma che stavamo guardando.

Un tipo di pubblicità particolarmente irritante, per me, è quella delle tariffe telefoniche che includono il telefono (ovviamente uno smartphone di alta gamma), con la possibilità di cambiarlo ogni anno.

Il problema non è lo smartphone in sé, e nemmeno la pubblicità, ma la creazione di bisogni per spingere al consumo.

Per questioni di budget mi sono imposta per anni di chiedermi per ogni acquisto se mi servisse davvero, ma col tempo ne ho colto i risvolti etici e pratici. Non credo nel consumo come stile di vita, non voglio una casa piena di oggetti inutilizzati. Ciò che possiedo non definisce ciò che sono.

Mia madre, figlia di un’altra generazione, conserva e accumula tutto, ed è riuscita a riempire una casa spropositatamente grande per una persona sola, tanto che quando le bambine stanno da lei per un paio di settimane fa fatica a liberare un cassetto per i loro vestiti.

Penso a volte agli scatoloni nella sua umida cantina, pieni di oggetti che saranno ormai da buttare e che avrebbero potuto essere donati o venduti. Penso a quanto poco riflettiamo su ciò che realmente ci serve, e su quanto realmente abbiamo.

Madri salomoniche

Una storia che lessi durante la mia infanzia parlava di due donne che si contendevano un bambino, affermando entrambe di essere la madre, e finirono davanti al re Salomone perché giudicasse della questione.

Riflettuto sulla faccenda, Salomone si fece portare la spada e decretò che con essa avrebbe diviso il bambino in due, dandone una metà a ciascuna delle donne.

Una di esse accettò, l’altra rinunciò immediatamente al bambino, implorando il re di darlo alla sua rivale. Salomone stabilì quindi che il bambino fosse affidato a colei che era disposta a rinunciarvi pur di lasciarlo incolume, poiché questa era la vera madre.

Mi trovo oggi a dover rinunciare a parte del già poco tempo che trascorro con la piccola sapiente, su suggerimento della psicologa che la segue da un paio d’anni, poiché con la nascita del bimbo arcobaleno le altre due figlie hanno necessità di godersi i rispettivi padri, essendo la mamma molto impegnata col piccolo.

Si tratta di una rinuncia pesante, non solo perché ritengo prezioso ogni minuto con lei, anche quelli trascorsi a discutere, ma anche – e soprattutto – perché non ho la minima fiducia in suo padre, che non ha nemmeno la capacità di vestirla con abiti della taglia giusta.

Da figlia di divorziati, però, so che il tempo le mostrerà ognuno di noi nella giusta luce, e non posso fare altro che attendere.

Disagio stagionale

Tempo fa parlavo con un’amica del mio desiderio di andarmene, mollare la pianura padana e aprire un’attività nel Sulcis. Lei mi ha detto che era per via dell’estate e delle fotografie delle vacanze altrui, e che mi sarebbe passata.

La scorsa estate il bisogno di andarmene è arrivato a livelli mai raggiunti, oscillando tra la voglia di mare e di montagna – ma sempre di una vita meno affollata, meno urbanizzata, meno frenetica.

È arrivato l’autunno, finalmente piove, mattina e sera fa fresco e c’è quella luce dorata e obliqua che fa risaltare i colori delle foglie pronte a cadere. Solo che qui ci sono pochi alberi, poche foglie, dominano case e strade.

Quando accompagno la bimba che sorride a scuola, a piedi, il traffico mi impedisce di sentire la sua voce.

Qualche giorno fa una collega mi ha inviato un dato relativo ai maggiori produttori di CO2 dal 1965 a oggi, il primo della lista era il principale cliente finale dell’azienda per cui lavoro. La collega mi chiedeva se davvero voglio tornare a lavorare lì e no, non vorrei, ma che altro posso fare?

Le storie di cambiamento di vita che si trovano in rete hanno tutte una caratteristica in comune: queste persone hanno investito tutto nella nuova attività, il che implica che avessero qualcosa da investire, oppure hanno dato nuovo impulso ad attività di famiglia.

Non c’è possibilità di cambiamento per chi non possiede nulla.

In breve_81

Nei giorni autunnali di pioggia le profondità della mia anima sognano che finito l’acquazzone io possa sentire gli uccelli cantare fra i rami gocciolanti.

Il Vangelo secondo Facebook

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

Ai tempi dei social network, non è difficile capire cosa pensino le persone. Anzi, a volte è difficile non rimanere delusi quando persone che tutto sommato consideravi intelligenti, o buone, postano commenti o condividono link pieni di astio, odio e pregiudizi.

Una delle dicotomie più frequenti è quella link religiosi/link xenofobi. Un attimo prima un crocifisso con la scritta “Condividi se anche tu lo ami”, un attimo dopo una notizia montata ad arte con didascalie tipo “È ora di finirla! Rimandiamoli tutti a casa!” Come se chi sale su una barca mettendo a rischio la vita propria e dei propri figli lo facesse per divertimento, o per farci dispetto, o per chissà quale piano di colonizzazione. Credo che l’unica differenza tra me che allatto sul divano e la donna che abbraccia ancora il figlio neonato, sul fondo del Mediterraneo, sia il luogo di nascita.

La religione, nel corso dei secoli, è stata spesso piegata a esigenze politiche o economiche, il suo reale messaggio di amore, di uguaglianza e di giustizia (e non vale solo per il cristianesimo) distorto fino a divenire solo una rigida tradizione, non uno strumento di elevazione morale e spirituale.

È difficile amare il prossimo, ma dovrebbe essere un po’ più facile per noi, che in fondo abbiamo tutto.

Preadolescenza

La piccola sapiente si trova sulla terrificante soglia della pubertà, e ha paura di diventare grande, mentre al contempo è curiosa di cosa potrà diventare.

Da qualche tempo mi parla di quali scuole superiori vorrebbe frequentare, e con una certa sorpresa da parte mia propenderebbe per un liceo classico o un liceo linguistico. Sono certa che quando verremo al dunque suo padre spingerà per evitare il classico, che io ho frequentato e che lui ha spesso definito come inutile.

Guardandosi attorno, la piccola sapiente ogni tanto prende nota mentalmente di lavori che potrebbe svolgere, temporaneamente mentre studia o in via definitiva. Si tratta, in linea di massima, di lavori creativi o in contatto con le persone, altro punto di contatto con me che non piacerà a suo padre.

Mi rendo conto di quanto sia la mia vita a spaventarla riguardo al diventare adulti, con la mia totale presa in carico di un nucleo familiare e mezzo (visto che il padre non è affidabile) e la mia rinuncia ai miei sogni per far fronte alle necessità.

Spero di poter essere per lei un sostegno e di non allontanarla come ha fatto mia madre con me, per non costringerla a fare scelte sbagliate per assenza di alternative.

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