Piegata

Una volta date le dimissioni, ho fatto domanda per la Naspi, tramite il sito dell’Inps. Fra le cose da fare c’era anche contattare il Centro per l’impiego, così da dichiarare la mia immediata disponibilità al lavoro.

A causa del Covid gli uffici sono tutti chiusi, e operano via email. Mi hanno richiesto alcuni documenti, fra cui un curriculum aggiornato, così ne ho prodotto uno che risultasse un minimo dignitoso.

Guardando le quasi due pagine delle mie esperienze di lavoro mi sono resa conto di come, in tutti gli anni passati, non ci fosse nulla di me. Nulla delle mie passioni, aspirazioni, inclinazioni, speranze.

Ho visto, nella sfilza dei lavori svolti sempre al massimo delle mie capacità, una ragazza e poi una donna che aveva un disperato bisogno di sopravvivere, una persona che accettava qualsiasi cosa pur di arrivare alla fine del mese, alla fine dell’anno.

Mi sono chiesta se davvero, vista da fuori, io sia così, una persona piegata dalla vita.

E temo che sì, la vita sia riuscita a piegarmi, tanto da non farmi più vedere i miei sogni.

Cieli blu

Il passo

Mio padre, oltre alla pelle candida, mi ha donato il passo.

Quel passo elastico e ritmato che ieri, con i dieci chili del bimbo arcobaleno sulla schiena, mi ha comunque permesso di andare su e giù, avanti e indietro più velocemente degli altri, senza stancarmi. E che mi ha fatto sentire bene.

Prossimità

Ieri la piccola sapiente ha osservato come vivere in questa casa, con questa famiglia, abbia un aspetto che è insieme un bene e un male.

Non si è mai soli.

Non ci si può sentire abbandonati, tra umani e gatti si trova sempre qualcuno con cui condividere la stanza. Allo stesso tempo, dato che le stanze disponibili non sono molte, difficilmente si riuscirà ad essere gli unici occupanti di una di esse.

La quarantena, in queste circostanze, ci ha insegnato quanto ci vogliamo bene, dal momento che ancora ci cerchiamo a vicenda.

In breve_92

Forse sono pazza e irresponsabile.

Forse coraggiosa.

Nel fiume

La notizia dell’elefantessa incinta, morta dopo aver mangiato un ananas imbottito di petardi, l’avrete letta tutti, se bazzicate un minimo su internet. Ha suscitato grande indignazione, molti hanno commentato veementemente, augurando cose orribili a chi quell’ananas l’ha preparato.

Non sono senza cuore, anche a me la notizia ha fatto effetto, soprattutto pensando alla vita che sembrava dovesse continuare con lei e invece è stata bruscamente interrotta. Le reazioni che ho letto, però, mi hanno spinta a riflettere.

A fine giugno dello scorso anno, fece il giro del mondo la fotografia di un uomo morto nel tentativo di attraversare il Rio Grande per entrare negli Stati Uniti. L’uomo portava in spalla la figlia, infilata dentro la sua maglietta probabilmente perché non venisse trascinata via dalla corrente, e i due cadaveri galleggiavano insieme, a faccia in giù, vicini per sempre.

Mi si riempiono gli occhi di lacrime solo nel ricordare quell’immagine, che però non suscitò una reazione altrettanto diffusa di quella attuale. Quelli erano esseri umani, ma agli occhi di molti erano soprattutto migranti clandestini – e per ciò stesso, non meritevoli della compassione che si dà a un animale.

Quel padre e quella figlia, in fondo, sono per molti di noi simili ai contadini che imbottiscono un ananas di petardi per cacciare via i cinghiali, nel disperato tentativo di salvare il raccolto da cui dipende la loro sopravvivenza: persone incivili che meritano la morte, che le anime sensibili non esitano ad augurare loro.

In breve_91 (segue dal precedente)

Secondo il mio (ormai ex) capo, le mie dimissioni sono un bene per l’azienda.

Le facce che mi hanno salutata oggi non erano tanto d’accordo.

In breve_90

Domani presenterò le mie immediate dimissioni.

La mia dignità, il rispetto di me stessa, la serenità di una famiglia, il mio tempo non valgono uno stipendio misero e un mare di insulti.

Parco giochi (con mascherina)

In val Seriana le ciclabili sono piene di ciclisti e camminatori (per i bergamaschi camminare è un’abitudine irrinunciabile) e i parchi giochi hanno riaperto.

Ieri siamo stati nel preferito dalle mie figlie. Sulle panchine di legno sono stati dipinti grandi cerchi verdi, a distanza di un metro uno dall’altro. Le griglie un tempo a disposizione dei visitatori sono inaccessibili, circondate dal nastro bianco e rosso dei cantieri. I bambini giocano su scivoli e altalene, ma tutti quelli abbastanza grandi da sopportarla indossano una mascherina, anche se hanno meno di 6 anni (inclusa la bimba che sorride). I genitori sorvegliano che non si ammassino gli uni sugli altri, combattuti fra il rispetto delle regole e la comprensione delle esigenze dei bambini.

Due sorveglianti, con divisa e mascherina, passeggiano avanti e indietro. Con un cenno invitano chi non indossa la mascherina o la indossa male a sistemarsela – non importa se si trova a molti metri da altre persone, o in compagnia solo dei propri figli. Intervengono nei giochi dei bambini, invitandoli ad allontanarsi fra loro, a non spingersi o a non salire tutti insieme sullo scivolo. Scrutano i gruppi di persone per capire se siano parenti, e possano quindi stare vicini, o debbano essere invitati ad allontanarsi.

Si tratta di una normalità necessaria ma un po’ forzata, nel luogo in cui è stato pagato il prezzo più alto. Ci sono nell’aria paura e rassegnazione, unite dalla consapevolezza che il peggio probabilmente è passato, ma non è affatto finita.

Cambiare ancora

Il cambiamento è sempre stato parte della mia vita, specialmente a partire dalla maggiore età.

Ultimamente il cambiamento sembra accelerare, e sono un po’ in affanno nel cercare di adeguarmi.

La piccola sapiente non è più piccola, è alta quasi quanto me (il che non è in effetti un grande traguardo) e ho cominciato a trasferirle parte del mio guardaroba. Il suo corpo non è davvero quello di una bambina, e gli sbalzi d’umore sono all’ordine del giorno, tuttavia sembra aver acquisito maggiore consapevolezza di sé durante questa quarantena. Ripenso a lei a 5 o 6 anni e mi viene un po’ di malinconia ricordando quanto fossimo legate, pur sapendo che il suo allontanamento è sano e naturale.

I due mesi trascorsi in casa hanno aumentato la mia irritazione nei confronti del nostro appartamento troppo piccolo e del luogo in cui viviamo, mostrandomi come i valori fondamentali per me siano diversi da quelli che dominano nella provincia più ricca d’Italia (ovvero quelli stessi che per molti sono stati messi in discussione dalla pandemia). Mi trovo a sognare una casa nel bosco quasi ogni momento, ma non sono certa che questi sogni mi facciano bene.

La gestione di lavoro e figli è diventata ancora più complicata. Io lavoro al mattino, mio marito al pomeriggio, così che qualcuno possa badare ai bambini, ma è una soluzione attuabile solo per poco. I suoi soci protestano, il mio capo vuole che da inizio giugno rientriamo tutti in ufficio, i miei suoceri sono ancora in quarantena in attesa del tampone di controllo di mio suocero. Viviamo alla giornata, in attesa di scoprire cosa accadrà, ma stiamo valutando l’ipotesi che io dia le dimissioni. Se da un lato mollare il mio capo in un mare di guai mi darebbe una sottile soddisfazione, dall’altro so che per una donna vicina ai quaranta e con tre figli sarebbe poi molto difficile trovare un lavoro qualsiasi, figuriamoci trovarne uno che mi dia soddisfazione.

Il cambiamento in passato non mi ha mai spaventata, ma non poter in alcun modo influenzare la direzione in cui andrà la mia vita è davvero terrificante.

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