Porte sul giardino

Volevo cambiare lavoro, per cambiare la mia vita.

Volevo cambiare lavoro, per cambiare la vita degli altri.

Ho affrontato un percorso di formazione e trasformazione, aprendo in me porte che avevo chiuso da anni. Dietro quelle porte ho scoperto un giardino rigoglioso, pieno di angoli inaspettati e di una vita selvaggia, tumultuosa, inarrestabile.

Giunta quasi alla fine di quel percorso, pronta ormai a spiccare il volo e piena di progetti, ho dovuto chiudere tutte quelle porte, in fretta, a chiave, per cercare di dimenticare il giardino, in cui mi era vietato stare.

Zoppicante, dopo quasi un anno, provo a riprendere a camminare. Come se mi riprendessi da un grave incidente, procedo a piccoli passi, con prudenza.

Ho riaperto uno spiraglio.

Quella vita tumultuosa è ancora lì, e vuole uscire. Vuole bloccare la porta perché non si chiuda più. Vuole che io spicchi finalmente il volo.

E con le ali tarpate non posso che guardare il cielo, così lontano, e urlare all’infinito, in silenzio, il mio dolore.

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Vuota e piena

C’era del pane, ormai secco, lasciato in bagno, residuo di uno spuntino mai finito, chissà per quale motivo – e spero non sia quello cui continuo a pensare.

C’era un lavoro lasciato a metà, una delle sue coloratissime sculture aeree, e me la sarei portata a casa ma mi sono chiesta se era così che lui l’aveva pensata, o mancava qualcosa. E allora l’ho lasciata lì. 

Sul tavolo accanto, c’era una bottiglia di vino piena a metà. Ci sarà stato un bicchiere, prima, bicchiere che qualcuno ha tolto per pulire, ma apparentemente non ha avuto la forza di togliere anche lei. L’abbiamo lasciata lì, quella bottiglia, come se qualcuno dovesse tornare a lavorare in quella stanza, a creare magie bizzarre, e avesse bisogno di un sorso ogni tanto per spezzare.

C’era il bucato steso nella lavanderia, lo si vedeva scendendo le scale. Mi ha fatto male, mi ha colpita allo stomaco. L’ho ritirato io perché doveva farlo qualcuno di famiglia, ma non potevo lasciare che lo facesse mia madre.

Era una casa disabitata, eppure ancora piena della vita di chi ci abitava, tanto da farmi desiderare di esserne io la prossima abitante.

Altrove

Ci sono così tanti luoghi, in giro per l’Italia.

Luoghi piccoli e ignoti, paesi spopolati, case isolate su crinali boscosi, campanili come segnali di una presenza umana ormai dimenticata.

Luoghi che quando li vedi ti spingono a chiederti chi ci abbia vissuto o ci viva, e come, e se sia una vita che potrebbe piacerti.

Mi chiedevo, osservando le case sui pendii della Lunigiana, se davvero dobbiamo stiparci nelle città, e chi l’abbia deciso.

Dove

Dove la terra è aspra, e a volte cade.

Dove la vegetazione si aggrappa, a volte sgretola, più spesso trattiene.

Dove il vento ha lo stesso rumore dell’acqua che scorre, perché scuote infinite fronde, e vento e ruscello rinfrancano in ugual misura.

Dove silenzio, solitudine, fatica, distanze – orizzontali e verticali – sono minuti, ore, giorni.

Dove senti te stesso, invece delle voci delle aspettative altrui.

Ecco dove il mio spirito è vivo e libero.

Poi torno, e sprofonda, lo sguardo alzato a desiderare.

In breve_95

Come uno scoglio fra le onde che si infrangono, violente e incessanti, uno scoglio che ospita fiori dai colori luminosi.

Il picchetto d’onore

È morto un uomo che amavo.

Sapevo di amarlo, ma non sapevo quanto. Non sapevo che fosse, nel mio sentire, quasi un padre o un fratello maggiore.

Ho visto le sue mani, che ricordavo forti e abili e espressive, fatte fragili dall’età e dalla morte, strette su un rosario che lo accompagnerà nell’eternità. Non creeranno più cose belle da cose umili, non gesticoleranno più nel discorso, non toglieranno più il tabacco lasciato sulle labbra dalle sigarette senza filtro.

Non ho potuto toccarlo, dargli una carezza, non ci sono riuscita. Aspettavo che si alzasse, ci dicesse che ci aveva fatto uno scherzo e mi abbracciasse forte – perché abbracciava forte, mio cugino.

Mi ha insegnato che l’amore va oltre le differenze, le supera d’un balzo.

C’è sempre stato, e ora non c’è più.

Il suono del silenzio

È quando c’è in te un universo che impari ad apprezzare il silenzio.

È come la grande, limpida, potente voce di uno strumento solista, supportata ed elevata da un’orchestra apparentemente piena di dissonanze, ma in realtà perfettamente accordata e in armonia.

Non è facile ascoltarla, è intensa e dolorosamente sincera. Non ti puoi nascondere, non puoi mentire, non puoi fingere.

Il rumore della vita la copre, e molti lo rincorrono proprio per non dovercisi confrontare.

Poi c’è chi la vuole sentire, sempre, per quante lacrime ne possano sgorgare.

Nella loro ora di libertà

Ieri sono dovuta andare in anticipo a prendere la bimba che sorride, la quale frequenta ormai la scuola primaria.

Mentre attendevo nell’androne, vedevo bene il cortile interno della scuola. Era una bella giornata, faceva anche caldo per essere gennaio, e mi sono trovata a osservare una scena bizzarra.

Una decina di bambini, probabilmente una terza, tutti con indosso giacca e mascherina, girava attorno al cortile. I bambini erano in fila indiana, distanziati uno dall’altro, e giravano di continuo, a passo sostenuto, mentre una donna (l’insegnante, suppongo) li osservava dal centro del cortile.

Mi sono sentita sdoppiata, divisa. Da un lato ho apprezzato il tentativo dell’insegnante di far fare movimento ai bambini, che altrimenti con la palestra inaccessibile causa covid passerebbero tutte le loro giornate seduti, e di far anche respirare loro aria più fresca di quella che c’è in aula (pulita, così vicini a Milano, temo sia impossibile). Dall’altro lato mi hanno ricordato i carcerati dei film, mentre camminano in cerchio durante l’ora d’aria.

E ora sono qui, dentro la mia casa calda ma angusta, a passare giornate tiepide e assolate davanti al computer, svolgendo un lavoro che mi serve disperatamente ma che mi fa sentire, in fondo, come se girassi in tondo nel cortile di una vita che, invece, si svolge ricca e vibrante altrove.

Io come (quasi) doula

A giugno 2020, soffrendo per il mobbing sempre più pesante da parte del mio capo e non sentendomi più a mio agio nella vita e nel lavoro che facevo, mi sono dimessa.

Da quasi un anno e mezzo vivo della Naspi, affiancata ovviamente allo stipendio di mio marito, e abbiamo dovuto fare economia per far quadrare i conti; ma è stato, allo stesso tempo, un anno e mezzo in cui sono cresciuta, ho frequentato corsi di diverso tipo e infine ho intrapreso un percorso di formazione per diventare doula.

Mancano solo due settimane all’esame finale, e nelle ultime lezioni mi sono trovata a fare un bilancio non solo della mia formazione, ma della mia vita.

La bambina di 3 anni della foto era appena uscita da una malattia grave, che l’aveva lasciata debilitata e con molte limitazioni in ciò che poteva fare o mangiare, eppure era una bambina fiduciosa, curiosa, piena di voglia di fare e di conoscere. Crescendo tutto questo si è offuscato, è stato coperto dalle esperienze e necessità della vita, e apparentemente quella bambina non c’è più; eppure so, sento di essere ancora la stessa, nel profondo, e che il nucleo della mia personalità è rimasto lì, intatto e impossibile da scalfire.

Questo percorso mi ha permesso di esplorarmi, scavare a fondo, rimettermi in equilibrio e al centro – il che è quasi paradossale, in una professione che deve invece mettere al centro la madre e i suoi bisogni e desideri; ma è necessario conoscere se stessi, prima di conoscere altro.

Proprio nel momento in cui arriva una notizia che mi impedirà di fatto di praticare questa professione, che calza come un guanto su quello che ero, che sono e su tutto ciò che ho vissuto e imparato nella mia vita, mi rendo conto di essere come un torrente di montagna, con tratti calmi e tratti tumultuosi, pozze profonde e zampilli, un torrente che è assieme sollievo e pericolo, qualcosa che è sempre lo stesso da lunghissimo tempo ma insieme mai uguale a quello che era, grazie all’acqua che scorre – e a volte travolge.

Dall’alto

Da mesi, ormai, oscillo tra pochi momenti buoni, e molti altri in cui sono francamente molto giù, fisicamente e psicologicamente.

Trovando difficile ricaricarmi in mezzo al cemento e alla confusione, un giorno ho deciso di lasciare i bambini a scuola e poi andarmene a camminare in montagna. In alto, dove c’è silenzio e si vede lontano.

Lassù, dove si sentivano solo grilli, uccellini e campanacci di vacche, ho volto lo sguardo in direzione di Milano, in direzione dei luoghi dove vivo, e ho visto una cappa marroncina, netta, al di sopra della città.

È come se quella cappa pesasse su di me, sulle mie idee, i miei sogni. Il mio futuro.

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