Refugees

Quando dormono, i bambini fino a quattro o cinque anni tengono tutti la stessa posizione.

La stessa posizione che prendono i loro piccoli cadaveri quando vengono portati a riva dal mare, dopo il naufragio della barca che doveva portarli a una nuova vita.

Davvero crediamo che i genitori che mettono così a repentaglio la vita dei figli non siano veramente disperati, pronti a rischiare e a dare tutto ciò che hanno per lasciare il loro Paese?

Davvero è possibile, davanti a cadaveri che potrebbero essere quelli dei nostri figli o nipoti (io ci ho visto la mia secondogenita, e ho pianto), continuare a dire “Ben gli sta, potevano starsene a casa loro”?

Un giorno al supermercato ho incontrato una donna incinta con un bimbo sui due anni. Parlava solo inglese ed era a piedi, col passeggino.

Le ho offerto un passaggio e sul momento non capiva. Poi mi ha detto:

“Thank you. People don’t like to help refugees”

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Lavoro e vita

Siamo in campagna elettorale e nei notiziari si sente un po’ di tutto.

Pare che un ottuagenario leader politico abbia proposto di innalzare la pensione minima a 1.000 euro al mese, anche per coloro che non hanno mai versato contributi. Immagino che la proposta incontrerà grande favore in alcune fasce della popolazione, ma dubito faccia molto piacere a chi, come me, lavora per avere un reddito di poco più alto e dovrà farlo per i prossimi quarant’anni, così da mantenere anche i beneficiari di questa misura.
Lo stesso leader ha proposto che l’aliquota da applicare sui redditi sia la stessa per tutti, a prescindere dall’ammontare dei guadagni. Di nuovo, mi immagino i grandi vantaggi per chi già oggi si vede applicare l’aliquota minima, perchè il suo reddito non raggiunge (e non raggiungerà mai) la soglia per accedere allo scaglione successivo.

La scorsa settimana in azienda c’è stata una riunione fiume per esporci i risultati dello scorso anno, e le nuove strategie per migliorarli.
In un settore che è in rallentamento già da un paio d’anni, abbiamo avuto come prevedibile un calo nella fatturazione.
Siamo stati accusati nemmeno tanto velatamente di lavorare troppo poco, e di essere perciò responsabili di questo calo. Come soluzione, è stato aumentato il controllo nei nostri confronti.

Più invecchio, più mi rendo conto di avere bisogno di un’altra vita, quella stessa in cui sono cresciuta e che da adolescente disprezzavo.
Ho bisogno di avere un giardino senza che questo sia un lusso.
Ho bisogno di imprevisti come l’elettricità che salta alla prima nevicata della stagione.
Ho bisogno di insegnare alle mie figlie come distinguere le piante di lampone dai rovi da more, o una biscia da una vipera, perchè sono informazioni che serviranno loro con una certa frequenza.
Ho bisogno di fare qualcosa che amo, come quando la sera rubo mezz’ora al sonno (che pure sarebbe necessario) per poter tenere in mano ago e filo.

Nera

Nella classe della piccola sapiente c’è un bambino rumeno, suo grande amico. Non è l’unico suo compagno di origine straniera: ci sono anche un bambino tunisino, una bambina cinese e, novità di quest’anno, una senegalese.

I due maschietti hanno cominciato le elementari che già parlavano italiano come gli altri, essendo nati in Italia e avendo frequentato la scuola materna. La bambina cinese non lo parlava affatto, ma alla fine della prima elementare era fra i migliori della classe (meraviglie dei bambini, se mi mettessi io a imparare il cinese in 9 mesi non combinerei niente). Non so come parli la nuova arrivata, ma a giudicare da come scrive la madre sul gruppo whatsapp della classe non sono di recente immigrazione. 

Non mi è mai capitato di sentire commenti sulla presenza di bambini stranieri, forse perché non rallentavano la classe. La loro diversità era in fondo abbastanza marginale e quasi non la si notava.

La bambina senegalese, invece, è decisamente, evidentemente nera. E l’amico della piccola sapiente, all’oscuro dell’opinione degli italiani sui rumeni, rifiuta di giocare con lei perché è nera. 

Ci sono così tante cose che mi rendono triste, in questo comportamento, che non sono neppure in grado di esprimerle. A consolarmi c’è solo il comportamento di mia figlia che, parole sue, ha “dato una possibilità” alla nuova compagna, e scoperto così che è simpatica, e che non capisce come si possa non voler giocare con qualcuno solo perché ha la pelle nera.

Fretta

Un’abilità che si acquisisce quando ogni mattina si guida in direzione di Milano è quella di mantenere la calma, a prescindere da ciò che ti accade intorno.

Stamattina osservavo con particolare interesse le auto attorno a me, i sorpassi azzardati per guadagnare pochi metri, le facce arrabbiate, le manovre scorrette. Tutte cose che ormai, se c’è traffico e si sta andando al lavoro, sembrano normali, quasi dovute.

In ufficio ci sono colleghi che si aspettano che tutto sia fatto subito, a prescindere dalla presenza di altre priorità o dalle difficoltà oggettive di un determinato lavoro. Quando cerco di far presente che non tutto si può fare subito le obiezioni sono quasi infantili, come se chi mi parla non avesse la maturità per mettersi nei panni altrui.

Alcune settimane fa la banca di mio marito si era detta possibilista sul fatto di concederci un mutuo al 100%, rimanendo entro un certo budget, con una rata pari al nostro affitto attuale. Valutate le tempistiche hanno poi concluso che non avremmo potuto accedere a determinate agevolazioni; l’impiegato parlando del più e del meno ha poi commentato, scoprendo che stiamo pagando a rate l’auto, che non ce l’avremmo mai fatta a pagare un mutuo. Come se due redditi non permettessero di vivere decorosamente.

Mi sembra a volte di vivere in un mondo di bambini capricciosi, che vogliono tutto e subito, che non conoscono pazienza e sacrificio, che vedono solo se stessi e non sanno vedere gli altri. Bambini odiosi, quello di cui di solito ci si chiede perché i genitori non li abbiano educati meglio, solo che guidano l’auto, fanno lavoro di responsabilità, talvolta decidono della vita altrui.

Babywearing&me

Ci sono cose che ci appassionano, senza che inizialmente ce lo aspettassimo.

A me è successo col babywearing.

 

Avevo provato a portare la piccola sapiente, con una fascia ad anelli fatta in casa e con due marsupi di marche molto note, ma passato l’anno il peso si era fatto insostenibile.

Quando la bimba che sorride aveva rifiutato l’allattamento al seno, in ospedale mi avevano consigliato di provare la fascia per favorire l’attaccamento, ma per ignoranza su dove reperirla e come usarla eravamo ricaduti su un altro marsupio
– sempre acquistabile in negozio.

 

Informandomi mi erano sorti dei dubbi sulla effettiva adeguatezza del marsupio, e sono riuscita finalmente a contattare una consulente del portare, che ci ha osservati, consigliati, e ci ha suggerito un marsupio
veramente ergonomico, reperibile esclusivamente on line.

L’ho amato io, mio marito e anche la bambina, peccato che le occasioni per usarlo fossero poche. Incuriosita, ho preso una fascia ad anelli, che ci ha salvato in vacanza e insegnato un altro tipo di sostegno e contatto.

 

Con una bimba di più di un anno, ho acquistato e imparato a usare una fascia lunga, che è ora il nostro modo preferito per andare in giro, fare i lavori di casa, farci le coccole.

 

Quando la usiamo, siamo tutt’uno, senza interruzioni o intralci. Respiriamo all’unisono, guardiamo il mondo insieme, insieme sentiamo freddo o caldo.

Sulla mia schiena la bimba che sorride ha fatto il bucato, passeggiato lungo il fiume, visitato mostre e mercatini che col passeggino ci sarebbero stati preclusi, e la fascia è stata anche coperta e amaca, all’occorrenza.

Amo sentire il suo peso che si abbandona su di me, amo le sue manine che mi carezzano viso e collo.

Il marsupio ci è servito per la montagna, dove anche il papà e il nonno l’hanno portata per lunghi tratti.

 

A più di due anni ama ancora essere portata, e io amo portarla.

In breve_78

Mattina e sera, auto che sfrecciano su strade di paese, sorpassando e tagliando la strada.

Perché hanno fretta.

Le mie figlie crescono lentamente ma inesorabilmente, e in mezzo a queste auto le perdo di vista ogni giorno.

Abbracci mancati

È stata trovata, a Trieste, una bambina gettata in un giardino. Una neonata gettata via, anziché partorita in modo anonimo in ospedale, o lasciata in un luogo dove potesse essere trovata.

Non voglio commentare il fatto in sé, di cui non ho approfondito i dettagli, ma il fatto che ci sia chi commenta lasciando intendere che la madre che ha fatto questo sia da disprezzare.

A chi commenta negativamente auguro la disperazione di una gravidanza non cercata, quando la situazione economica non è favorevole. Auguro il dilaniante dubbio fra aborto e prosecuzione della gravidanza, tra medici più o meno dichiaratamente obbiettori e le pressioni sociali che ti fanno sentire in colpa se solo accenni di non voler tenere il bambino. Auguro la paura di non farcela, non farcela a rinunciare al bambino e non farcela a crescerlo. Auguro l’abisso in cui si precipita quando il bambino nasce e si può solo pensare: “E adesso?”

Piango per quella bambina, come per il mio bambino mai nato, come per tutti quei bambini che non hanno potuto essere abbracciati dalle loro mamme, ma piango altrettanto per una madre così disperata da non vedere altra soluzione che gettare via la figlia.

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