Il picchetto d’onore

È morto un uomo che amavo.

Sapevo di amarlo, ma non sapevo quanto. Non sapevo che fosse, nel mio sentire, quasi un padre o un fratello maggiore.

Ho visto le sue mani, che ricordavo forti e abili e espressive, fatte fragili dall’età e dalla morte, strette su un rosario che lo accompagnerà nell’eternità. Non creeranno più cose belle da cose umili, non gesticoleranno più nel discorso, non toglieranno più il tabacco lasciato sulle labbra dalle sigarette senza filtro.

Non ho potuto toccarlo, dargli una carezza, non ci sono riuscita. Aspettavo che si alzasse, ci dicesse che ci aveva fatto uno scherzo e mi abbracciasse forte – perché abbracciava forte, mio cugino.

Mi ha insegnato che l’amore va oltre le differenze, le supera d’un balzo.

C’è sempre stato, e ora non c’è più.

Il suono del silenzio

È quando c’è in te un universo che impari ad apprezzare il silenzio.

È come la grande, limpida, potente voce di uno strumento solista, supportata ed elevata da un’orchestra apparentemente piena di dissonanze, ma in realtà perfettamente accordata e in armonia.

Non è facile ascoltarla, è intensa e dolorosamente sincera. Non ti puoi nascondere, non puoi mentire, non puoi fingere.

Il rumore della vita la copre, e molti lo rincorrono proprio per non dovercisi confrontare.

Poi c’è chi la vuole sentire, sempre, per quante lacrime ne possano sgorgare.

Dall’alto

Da mesi, ormai, oscillo tra pochi momenti buoni, e molti altri in cui sono francamente molto giù, fisicamente e psicologicamente.

Trovando difficile ricaricarmi in mezzo al cemento e alla confusione, un giorno ho deciso di lasciare i bambini a scuola e poi andarmene a camminare in montagna. In alto, dove c’è silenzio e si vede lontano.

Lassù, dove si sentivano solo grilli, uccellini e campanacci di vacche, ho volto lo sguardo in direzione di Milano, in direzione dei luoghi dove vivo, e ho visto una cappa marroncina, netta, al di sopra della città.

È come se quella cappa pesasse su di me, sulle mie idee, i miei sogni. Il mio futuro.

Dis(occu)p(er)azione

Capita spesso, su giornali, social o altri canali di comunicazione, di sentire della diatriba le persone non vogliono lavorare/le aziende pagano troppo poco.

Personalmente ho visto diversi annunci con retribuzioni ridicole (3 o 4 euro all’ora), spesso per lavori che richiedono anche un minimo di competenze. Esiste anche il discorso costi/retribuzione: se vengo pagato 10, ma i costi per trasporti e gestione della famiglia ammontano alla stessa cifra (o più alta) non posso certo accettare. Ed è qui che probabilmente falliscono molti percorsi di reinserimento.

Ho imparato anni fa che, con una laurea ed esperienze da impiegata, non vengo neppure presa in considerazione per impieghi tipo addetta alle pulizie; ho altresì imparato che come donna, prima fertile e poi con figli, anche laddove io sia perfettamente qualificata mi si preferirà qualcuno che non abbia figli. O che abbia organi riproduttivi diversi dai miei.

Ho lasciato il mio lavoro sotto pressioni che sembravano prese da un manuale di mobbing, a partire dal demansionamento al rientro dalla maternità. Da allora, e sono passati 14 mesi, ho fatto una manciata di colloqui, che si possono contare sulle dita di una mano, e ricevuto alcune proposte che per ragioni geografiche o logistiche non ho potuto accettare.

Ogni volta che la mia candidatura per un impiego viene scartata mi sento più preoccupata e inutile; la Naspi si è già ridotta di circa il 20%, e durerà ancora meno di un anno, per i lavori che vorrei fare non sono considerata adatta, e per quelli che non mi interessano ma so fare bene vengo comunque considerata inadatta, senza nemmeno fare un colloquio.

E quindi torna una domanda che mi sono già fatta su questo blog, ma senza risposte concrete: come si ricomincia a 40 anni e senza mezzi economici?

PlasticaNo

Stamattina sono entrata in un noto negozio bio, per acquistare qualcosa che non avrei trovato altrove.

Ho visto scaffali e scaffali di cibi costosi, alcuni difficili da reperire, altri piuttosto comuni.

Ho visto prodotti non dissimili da quelli che si possono trovare in qualsiasi supermercato, ma declinati in versione biologica o biodegradabile.

Mi sono chiesta, uscendo, se sia davvero necessario utilizzare bicchieri o tovaglioli usa e getta, e se sceglierli biodegradabili non sia solo un modo per lavarsi la coscienza, senza però cambiare realmente le proprie abitudini negative.

Ho anche riflettuto su quanto questo tipo di negozio, dove una famiglia normale non potrebbe mai permettersi di fare la spesa, risponda probabilmente più a richieste commerciali, legate a una moda, che a una reale spinta al cambiamento, e porti anche a considerare la scelta di ridurre il proprio impatto sull’ambiente come qualcosa che solo i ricchi possono permettersi.

Sono convinta che piccoli cambiamenti da parte di tutti possano migliorare il mondo, ma mi piacerebbe che tutti potessero davvero permettersi di farli.

Affinità

Da quando sono disoccupata, accompagno i bambini a scuola quasi sempre a piedi. È una scelta economica, ecologica e legata al mio bisogno di fare un minimo di moto.

Sia all’andata sia al ritorno incontro molti altri genitori che fanno altrettanto, quasi esclusivamente donne, prevalentemente non italiani.

Questa mattina, mentre tornavo dal nido, ho incrociato a un attraversamento pedonale un terzetto di donne arabe che conversavano fra loro, rientrando dopo aver accompagnato i figli a scuola.

Mi è venuto in mente mio fratello, ormai da 10 anni stabilitosi a Londra, il quale afferma di evitare più possibile gli italiani, poiché tendono a formare gruppi nei quali si parla solo italiano e spesso si isolano dagli inglesi.

Eppure, qui nel nostro Paese stigmatizziamo quelle comunità che tendono a restare compatte, a parlare sempre la propria lingua mentre ignorano l’italiano, a mantenere i propri usi in un Paese che non è il loro.

Dovremmo provare sempre a osservarci dall’esterno, a renderci estranei a noi stessi, per conoscerci davvero.

(L’importanza della) Memoria

Stamattina, mentre la bimba che sorride si cambiava le scarpe per entrare a scuola, un ragazzino, che probabilmente frequenta la scuola media che si trova al piano superiore, ha urlato un paio di volte “Viva il Duce”.

Tornata a casa, sento alla televisione un uomo anziano raccontare di quando, ragazzo internato nel campo di Fossoli, dovette leggere nella lista dei destinati ad Auschwitz i nomi degli zii, insieme a quelli dei cuginetti di 11 e 5 anni.

La piccola sapiente ha 11 anni, la bimba che sorride ne ha 5.

Entrambe, con diverso livello di dettaglio, sanno cosa accadde nei campi di sterminio, perché davvero la memoria è l’unica speranza che bambini e bambine come loro non debbano mai più essere mandati a morte.

Antica danza

Negli ultimi giorni le notizie della positività di personaggi ricchi e potenti hanno scatenato commenti di ogni tipo, che augurano loro il peggio o viceversa si dolgono per persone che magari proprio prudenti non sono state.

Per me è solo un memento di qualcosa la cui rappresentazione è stata sotto i miei occhi negli anni della mia infanzia e adolescenza, qualcosa che a distanza di secoli ha ancora un impatto fortissimo su chi la contempla dal vivo.

Curioso che si trovi poco lontano da dove il colpo si è abbattuto più violentemente.

(Intanto noi scopriamo i protocolli con cui dovremo affrontare quest’anno scolastico, e non è affatto piacevole)

Alberi in fila

Io lo so, perché in pianura piantano file d’alberi in mezzo ai campi.

Non è per l’ombra, non è per delimitare le proprietà.

È perché l’occhio non sopporta di avere nulla su cui soffermarsi, in questa immensità dove non ci sono né montagne, né mare, né nessuna ondulazione.

Inaspettato e affascinante

Una casa a Bognanco

Oggi io, la bimba che sorride e il bimbo arcobaleno abbiamo accompagnato mio marito, che doveva fare dei lavori nella casa in montagna di un architetto con cui spesso collabora.

Mentre lui e l’operaio facevano il lavoro, noi ce ne siamo andati a fare due passi, senza inoltrarci nei sentieri, ma semplicemente lungo la strada. C’erano diversi agglomerati di case, piccoli centri abitati con qualche edificio ristrutturato e tante, tantissime abitazioni antiche, abbandonate, a volte veri e propri ruderi, anche se sorprendentemente solidi.

Piani inferiori di sassi, l’ultimo in legno, con tetti ricoperti di pietre. Porte sconnesse ma chiuse, strade che sono in realtà scale.

Sono tornata chiedendomi di cosa vivessero coloro che avevano costruito e abitato quelle case, in un territorio che non appare adatto all’allevamento per via dei pendii ripidi e boscosi, e nemmeno al commercio del legname, non essendoci modi semplici di farlo arrivare a valle. L’architetto ha saputo rispondermi per gli ultimi 60, 70 anni forse, ma prima?

Nel pomeriggio ho fatto ancora due passi, sola col bimbo arcobaleno sulla schiena, e ho percorso diverse stradine – scale, sconnesse e regolari, di pietre o di mattoni, antiche o recenti – dentro un paio di questi agglomerati di case. Sono sbucata accanto a un lavatoio, dove era esplicitamente proibito lavare i panni, ma accanto al quale pendeva un mestolo per bere – come accanto a una fontana vista la mattina, come non ne vedevo da almeno 30 anni.

Una casa, in queste camminate, mi ha colpita. Bella, con la struttura delle vecchie case ma materiali, colori apparentemente diversi. Costruita in una posizione strana, difficile anche per quei luoghi difficili. Abbandonata, almeno a giudicare dalla vegetazione che copriva il sentiero per raggiungerla.

Mi sono chiesta, mi chiedo, cosa spinga una persona a scegliere quel punto per costruire la casa, chi l’abbia amata abbastanza da ristrutturarla, perché sia stata abbandonata.

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