Tempo di migrare

Stamattina mi sono svegliata alle 5.00.

Mi ha svegliata l’ansia per tutte le cose da fare.

La visita di expediting e la lavatrice da far partire. Le due settimane di lavoro arretrato e le calze da comprare.

 

Oggi guardo dalla finestra per trattenere le lacrime in maniera discreta.

Perché a distanza di un mese il dolore fisico ancora si ripresenta, ma quello dell’anima è ancora peggio, cresce anziché scemare.

 

Oggi cerco di fare il mio lavoro, e di farlo bene, anche se non dovrei lasciare indietro quell’altro, quello che si è fagocitato le mie ferie e il mio sorriso.

Ma non mi diverto più, non provo piacere, perché so che quello che lascio indietro mi aggredirà domani.

 

Oggi vorrei solo alzarmi e andarmene senza salutare, camminare con una figlia in groppa e l’altra per mano finché le gambe mi reggono, senza sapere dove vado.

 

È tempo di migrare di nuovo.

Appunti di fine estate

Il Sulcis nella mia mente era quello che avevo visto nei telegiornali, una terra di minatori e di disoccupazione, arida e poco accogliente.
Il Sulcis che ho conosciuto è invece bello in maniera quasi dolorosa, arido sì, e selvatico, ma così attraente che verrebbe voglia di spalancare le braccia e accoglierlo, tutto. Il vento non tace nemmeno nella calura dell’estate e piega gli alberi che si chinano su un mare blu e perfettamente trasparente, dove in qualsiasi momento puoi vedere pesci che ti nuotano attorno ai piedi, a due passi dalla spiaggia.
È una terra di cui mi sono innamorata a prima vista e profondamente, così come è avvenuto alla piccola sapiente, tanto che ripartire è stato quasi doloroso.
Mio marito, pur cresciuto sul continente, è molto legato alla terra in cui è nato e da cui provengono i suoi genitori. Posso solo immaginare il dolore che prova lui ogni volta che riparte, ma il suo orgoglio nel far fare il primo bagno in mare a sua figlia era così evidente che tutti si sono fermati a guardare questa neonata sgambettante.

La bimba che sorride fa onore al suo nome, guardando il mondo con occhi sereni e curiosi e dispensano sorrisi a chiunque si prenda del tempo per giocare con lei.
Sebbene non ci sia una base scientifica, appare probabile che la grande differenza di comportamento tra le due sorelle sia legata al diverso vissuto durante la gravidanza – e nemmeno dopo sei anni la piccola sapiente ha smesso di cercare rassicurazioni.
Siamo una famiglia rotta e ricomposta, e la mia primogenita si trova di fronte due padri così diversi da sentirsi combattuta tra l’amore per quello biologico e il benessere e la sicurezza che quello acquisito le sa dare. Sta diventando grande, non solo nel corpo ma nel modo di ragionare, e devo accettare che si allontani, non la pensi come me, non sia più simile a me di quanto io sia simile a mia madre.

In breve_70

Rimango sempre spiazzata da quelle frequentazioni di gioventù che si fanno vive via Facebook, facendo appello a bei ricordi che spesso hanno solo loro e ignorando tutti i post che testimoniano della mia attuale, convintissima convivenza.

Tolleranza

La parola tolleranza non mi è mai piaciuta molto. Evoca in me l’immagine di una persona che, pur essendo nel giusto, per una sua intrinseca magnanimità accetta che altri, pur sbagliando, abbiano opinioni o stili di vita diversi. Si tratta insomma di una parola che divide il mondo in giusto e sbagliato, bianco e nero, buoni e cattivi, senza tenere conto delle sfumature che costituiscono l’ossatura portante del mondo e della sua varietà.
Per questi motivi non amo definirmi una persona tollerante. Dovendo proprio usare una definizione, preferirei parlare di me come di una persona aperta: aperta alla diversità, alla novità, alla sperimentazione. Si tratta di un atteggiamento mentale in parte innato, in parte scelto coscientemente, che mi ha spinta innanzi tutto a chiedermi chi io fossi, e poi a confrontarmi con chi, per un verso o per l’altro, non è come me; il risultato, il più delle volte, è scoprire che i punti di contatto sono molti di più delle differenze.
La parola tolleranza è tuttavia molto usata, con connotazione apparentemente positiva, ma corre il forte rischio di nascondere atteggiamenti peggiori di un aperto rifiuto. Non è raro che sfoci nel politicamente corretto, o in un modo per sentirsi semplicemente migliori degli altri, creando il paradossale effetto di una chiusura ancora maggiore.
Una persona che si autodefinisca atea, criticando l’atteggiamento di chiusura tipico delle frange più estremiste di alcune religioni, ma poi passi il suo tempo a ridicolizzare e disprezzare le credenze di milioni di altre persone, non potrà essere definita più razionale o più tollerante di coloro che attacca.
Una persona che si dichiari a favore dei diritti degli omosessuali non sarà automaticamente migliore di un omofobo, solo perchè su quell’unico punto ha un’opinione più progressista.
Una persona che scelga di dare sempre contro alla propria cultura e al modo di vivere con cui è cresciuto, ritenendo che si debba accettare qualsiasi uso purchè provenga da un Paese lontano, non è più aperta di mente di quanto lo sia un etnocentrico razzista, ha solo scelto di difendere a priori il punto di vista opposto.
Non di tolleranza si dovrebbe parlare, ma di accettazione e comprensione della diversità, con i rischi di scontro e le opportunità di crescita che essa comporta, e solo allora potremo davvero essere persone migliori; non si tratta però di qualcosa che si acquisisca con certezza, una volta per tutte, ma di un lavoro che ognuno deve fare ogni giorno su se stesso.

Autunno immaginato

Da quando è davvero cominciato l’autunno, con pioggia e foglie che cadono, la mia mente e il mio cuore sono scissi.

Ogni tanto guardo il cielo, le gocce d’acqua sui vetri, le foglie secche appiccicate qua e là, le case anonime e i capannoni che mi circondano, e una parte di me se ne va.
Passeggia per le vie di Pontremoli, o di altri borghi della Lunigiana.
Osserva luoghi familiari e accoglienti, nonostante il mio soggiorno sia stato breve.
Sorseggia vin brulè e assaggia castagne, o cian con la ricotta.
Fa due passi al mercato dei prodotti a chilometro zero di Aulla.
Si ripara dal vento sulle mura di Fivizzano.
Guarda le case in vendita, a una a una, soppesandone le caratteristiche. Come qualche anno fa, quando la prospettiva era di rimanere.

Rivoglio quel pezzo della mia vita, quei ritmi, e voglio dividerli con chi amo – e chi li ama. Voglio l’ospitale autunno lunigianese, con tutta la sua scomodità, per lasciare il triste autunno lombardo al suo grigiore anonimo.

Vecchi amici

Ci pensavo ieri, dopo aver dato una scorsa alle fotografie che le persone che conosco postano su Facebook.

Fotografie di grandi compagnie, di piccoli gruppi, di coppie di amici che si conoscono e si frequentano da anni.

Fra le persone che frequento attualmente, quelle che conosco da più tempo le ho incontrate poco più di tre anni fa. Hanno conosciuto solo la mamma della piccola sapiente, non hanno idea di che persona io fossi prima, se non dai miei racconti – ma questo è un filtro potente.

Non che io non senta più le persone che conosco da più lungo tempo, con alcune sono in contatto quasi quotidiano, ma si sa che telefono, email e messaggi non sono la stessa cosa.

Vorrei quella complicità che vedo in chi è rimasto dove è cresciuto, o almeno non ha fatto traslochi a centinaia di chilometri di distanza ogni volta.

Vorrei al mio fianco qualcuno che mi abbia conosciuta bambina.

In breve_68

Restlessness.

La parola che ha ronzato nella mia testa per tutto il viaggio verso la Lunigiana, per andare a prendere mia figlia e una boccata d’aria.

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