Vuota e piena

C’era del pane, ormai secco, lasciato in bagno, residuo di uno spuntino mai finito, chissà per quale motivo – e spero non sia quello cui continuo a pensare.

C’era un lavoro lasciato a metà, una delle sue coloratissime sculture aeree, e me la sarei portata a casa ma mi sono chiesta se era così che lui l’aveva pensata, o mancava qualcosa. E allora l’ho lasciata lì. 

Sul tavolo accanto, c’era una bottiglia di vino piena a metà. Ci sarà stato un bicchiere, prima, bicchiere che qualcuno ha tolto per pulire, ma apparentemente non ha avuto la forza di togliere anche lei. L’abbiamo lasciata lì, quella bottiglia, come se qualcuno dovesse tornare a lavorare in quella stanza, a creare magie bizzarre, e avesse bisogno di un sorso ogni tanto per spezzare.

C’era il bucato steso nella lavanderia, lo si vedeva scendendo le scale. Mi ha fatto male, mi ha colpita allo stomaco. L’ho ritirato io perché doveva farlo qualcuno di famiglia, ma non potevo lasciare che lo facesse mia madre.

Era una casa disabitata, eppure ancora piena della vita di chi ci abitava, tanto da farmi desiderare di esserne io la prossima abitante.

Il picchetto d’onore

È morto un uomo che amavo.

Sapevo di amarlo, ma non sapevo quanto. Non sapevo che fosse, nel mio sentire, quasi un padre o un fratello maggiore.

Ho visto le sue mani, che ricordavo forti e abili e espressive, fatte fragili dall’età e dalla morte, strette su un rosario che lo accompagnerà nell’eternità. Non creeranno più cose belle da cose umili, non gesticoleranno più nel discorso, non toglieranno più il tabacco lasciato sulle labbra dalle sigarette senza filtro.

Non ho potuto toccarlo, dargli una carezza, non ci sono riuscita. Aspettavo che si alzasse, ci dicesse che ci aveva fatto uno scherzo e mi abbracciasse forte – perché abbracciava forte, mio cugino.

Mi ha insegnato che l’amore va oltre le differenze, le supera d’un balzo.

C’è sempre stato, e ora non c’è più.

Affinità

Da quando sono disoccupata, accompagno i bambini a scuola quasi sempre a piedi. È una scelta economica, ecologica e legata al mio bisogno di fare un minimo di moto.

Sia all’andata sia al ritorno incontro molti altri genitori che fanno altrettanto, quasi esclusivamente donne, prevalentemente non italiani.

Questa mattina, mentre tornavo dal nido, ho incrociato a un attraversamento pedonale un terzetto di donne arabe che conversavano fra loro, rientrando dopo aver accompagnato i figli a scuola.

Mi è venuto in mente mio fratello, ormai da 10 anni stabilitosi a Londra, il quale afferma di evitare più possibile gli italiani, poiché tendono a formare gruppi nei quali si parla solo italiano e spesso si isolano dagli inglesi.

Eppure, qui nel nostro Paese stigmatizziamo quelle comunità che tendono a restare compatte, a parlare sempre la propria lingua mentre ignorano l’italiano, a mantenere i propri usi in un Paese che non è il loro.

Dovremmo provare sempre a osservarci dall’esterno, a renderci estranei a noi stessi, per conoscerci davvero.

(L’importanza della) Memoria

Stamattina, mentre la bimba che sorride si cambiava le scarpe per entrare a scuola, un ragazzino, che probabilmente frequenta la scuola media che si trova al piano superiore, ha urlato un paio di volte “Viva il Duce”.

Tornata a casa, sento alla televisione un uomo anziano raccontare di quando, ragazzo internato nel campo di Fossoli, dovette leggere nella lista dei destinati ad Auschwitz i nomi degli zii, insieme a quelli dei cuginetti di 11 e 5 anni.

La piccola sapiente ha 11 anni, la bimba che sorride ne ha 5.

Entrambe, con diverso livello di dettaglio, sanno cosa accadde nei campi di sterminio, perché davvero la memoria è l’unica speranza che bambini e bambine come loro non debbano mai più essere mandati a morte.

Crescita nascosta

Qualcosa cresce in lui, qualcosa cresce in lei.

Lei non sa ancora che il tumore che suo padre sta fronteggiando da anni ha ormai vinto, e se lo porterà via prima dell’estate – prima del suo 70esimo compleanno.

Lui non sa ancora che sua figlia, la più piccola, aspetta un figlio che per i medici non sarebbe dovuto arrivare mai, e che nascerà invece poco prima che la mamma compia 26 anni.

A badilate

Un paio di giorni fa ha nevicato. Una nevicata bella, a larghe falde, che alla fine ha lasciato sul terreno una ventina di centimetri di neve soffice e asciutta.

Quando mi sono svegliata, affacciandomi alla finestra mi sono resa conto che il cancello carraio del condominio faticava ad aprirsi, così ho lasciato la famiglia a dormire e dopo aver fatto colazione sono scesa a spalare neve dalla rampa dei garage.

Lì ho trovato un vicino che dava istruzioni a una donna su come affrontare la salita in auto. Ho afferrato il badile lasciato a disposizione dall’impresa di pulizie e mentre lui spargeva sale mi sono messa a sgombrare rampa e cancello.

Mezz’ora dopo avevo finito e sono risalita, ma in breve era tutto bianco di nuovo, così altri due condomini e mio marito sono scesi a spalare a loro volta, spargendo contestualmente il sale.

Verso le dieci sono arrivati i dipendenti dell’impresa di pulizie, che si sono fumati una sigaretta, hanno criticato il lavoro fatto da noi e poi hanno sgombrato i vialetti in cortile.

Tutto questo mi ha ricordato le nevicate in valle, quando uscivamo tutti a spalare prima ancora che il cielo si rischiarasse. Vedevi persone di età diverse, uomini, donne e ragazzi, e se qualcuno era solo o non in grado di cavarsela veniva aiutato dai vicini.

Il condominio dove abito dovrebbe avere la rampa riscaldata ma – fatalità – dopo l’ultimo intervento degli elettricisti le resistenze hanno smesso di funzionare. L’impresa di pulizie avrebbe il compito di sgombrare i passaggi e la rampa dei garage, e viene pagata a parte per questo, ma nonostante la neve fosse ampiamente prevista nessuno si è presentato finché chi doveva andare al lavoro non era già uscito da tempo.

Infine, non meno importante, ci sono oltre 60 appartamenti nel condominio, ma solo da quattro di questi qualcuno è sceso a spalare. Non per tutti era una necessità, fra l’altro, dato il periodo di ferie.

Quando confronto il luogo in cui vivo con quello in cui sono cresciuta, sono queste le differenze che noto, rendendomi conto di quanto il mio approccio risulti anomalo da queste parti: darsi da fare, sempre, senza rimandare e pensando al bene comune.

Saranno rozzi, i montanari, ma pur essendo più isolati sono forse meno soli.

Riqualificarsi

Oggi sono stata al centro per l’impiego, per un colloquio obbligatorio per chi abbia richiesto la Naspi.

Non è la prima volta che ci vado, e nemmeno per un istante mi sono illusa che potesse essere una reale opportunità di trovare lavoro.

Durante il colloquio l’impiegato, cui avevo snocciolato la lista dei miei lavori, fatti perché quello passava il convento, mi ha chiesto: “Ma quindi che lavoro ti piacerebbe fare?”

Mi sono dapprima tenuta sulle generali, poi ho azzardato a menzionare qualcosa che fosse molto diverso dalle mie esperienze, ma affine al mio modo di essere e di pensare.

Sono subito stata rimessa al mio posto, con un lungo e nebuloso discorso che si potrebbe sintetizzare con: se hai fatto questo lavoro, non puoi che continuare a fare quello, visto che è in quello che hai esperienza.

E il mio desiderio di cambiare si fa ancora più forte.

Il passo

Mio padre, oltre alla pelle candida, mi ha donato il passo.

Quel passo elastico e ritmato che ieri, con i dieci chili del bimbo arcobaleno sulla schiena, mi ha comunque permesso di andare su e giù, avanti e indietro più velocemente degli altri, senza stancarmi. E che mi ha fatto sentire bene.

Prossimità

Ieri la piccola sapiente ha osservato come vivere in questa casa, con questa famiglia, abbia un aspetto che è insieme un bene e un male.

Non si è mai soli.

Non ci si può sentire abbandonati, tra umani e gatti si trova sempre qualcuno con cui condividere la stanza. Allo stesso tempo, dato che le stanze disponibili non sono molte, difficilmente si riuscirà ad essere gli unici occupanti di una di esse.

La quarantena, in queste circostanze, ci ha insegnato quanto ci vogliamo bene, dal momento che ancora ci cerchiamo a vicenda.

In breve_91 (segue dal precedente)

Secondo il mio (ormai ex) capo, le mie dimissioni sono un bene per l’azienda.

Le facce che mi hanno salutata oggi non erano tanto d’accordo.

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