Nera

Nella classe della piccola sapiente c’è un bambino rumeno, suo grande amico. Non è l’unico suo compagno di origine straniera: ci sono anche un bambino tunisino, una bambina cinese e, novità di quest’anno, una senegalese.

I due maschietti hanno cominciato le elementari che già parlavano italiano come gli altri, essendo nati in Italia e avendo frequentato la scuola materna. La bambina cinese non lo parlava affatto, ma alla fine della prima elementare era fra i migliori della classe (meraviglie dei bambini, se mi mettessi io a imparare il cinese in 9 mesi non combinerei niente). Non so come parli la nuova arrivata, ma a giudicare da come scrive la madre sul gruppo whatsapp della classe non sono di recente immigrazione. 

Non mi è mai capitato di sentire commenti sulla presenza di bambini stranieri, forse perché non rallentavano la classe. La loro diversità era in fondo abbastanza marginale e quasi non la si notava.

La bambina senegalese, invece, è decisamente, evidentemente nera. E l’amico della piccola sapiente, all’oscuro dell’opinione degli italiani sui rumeni, rifiuta di giocare con lei perché è nera. 

Ci sono così tante cose che mi rendono triste, in questo comportamento, che non sono neppure in grado di esprimerle. A consolarmi c’è solo il comportamento di mia figlia che, parole sue, ha “dato una possibilità” alla nuova compagna, e scoperto così che è simpatica, e che non capisce come si possa non voler giocare con qualcuno solo perché ha la pelle nera.

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Cura

La cura migliore sono loro.

La piccola sapiente dalla rosea bocca perfetta, dagli occhi azzurri bordati di blu con cui mi guarda sognante da sotto una cascata di capelli biondi.

La bimba che sorride nel cui sguardo si concentra un’intera estate, bellissima come solo a due anni si può essere, pronta a corromperci con un sorriso e due parole dolci.

Mio marito che fa lo sciocco per farmi ridere, che mi guarda ancora come quando ci siamo conosciuti e che quando mi rifugio fra le sue braccia cancella ogni ansia.

Mi tuffo in loro per non guardare in me.

What didn’t kill me just made me tougher

Per mia madre, io sono la figlia forte, che se la cava sempre. 

Questo si è tradotto in pratica in un trattamento non troppo delicato, fatto di aperte critiche a come sono e a ciò che faccio, di scelte imposte (come quella di trovarmi un lavoro qualsiasi per pagarmi un affitto, essendomi stato imposto di andarmene di casa a metà della stesura della tesi), di velato sfruttamento. Oddio, neanche tanto velato.

Da un certo punto di vista mia madre aveva ragione, c’è in me un nucleo resistente, che vuole sopravvivere ad ogni costo e che si è manifestato la prima volta quando, a due anni, ho superato un ricovero per epatite e broncopolmonite allo stesso tempo, mantenendo il sorriso e la curiosità. 

Dall’altro lato, questa forza mi è stata imposta, richiesta, è stata data per scontata da lei per prima. Ogni mio sfogo, ogni scoppio di rabbia, gli anni della depressione, tutto è stato rintuzzato più o meno delicatamente, più o meno esplicitamente, perché io imparassi a controllarlo.

E io sono un’allieva diligente, ho imparato.

Quando ero incinta della bimba che sorride, durante il corso preparto, le ostetriche hanno intuito che la mia prima maternità non fosse stata semplice e gioiosa come in genere ci si aspetta. Dopo aver saputo com’era andata mi hanno detto che se volevo evitare un altro cesareo dovevo rilassarmi e non cercare di controllare tutto.

Ci sono quasi riuscita.

È stato quello il momento in cui mi sono resa conto di quanto la necessità di essere forte mi avesse tolto, a livello personale e di possibilità. E non solo. Tutti, in famiglia e sul lavoro, si aspettano da me che sia razionale e calma anche quando internamente sto crollando. 

E io sto crollando.

Babywearing&me

Ci sono cose che ci appassionano, senza che inizialmente ce lo aspettassimo.

A me è successo col babywearing.

 

Avevo provato a portare la piccola sapiente, con una fascia ad anelli fatta in casa e con due marsupi di marche molto note, ma passato l’anno il peso si era fatto insostenibile.

Quando la bimba che sorride aveva rifiutato l’allattamento al seno, in ospedale mi avevano consigliato di provare la fascia per favorire l’attaccamento, ma per ignoranza su dove reperirla e come usarla eravamo ricaduti su un altro marsupio
– sempre acquistabile in negozio.

 

Informandomi mi erano sorti dei dubbi sulla effettiva adeguatezza del marsupio, e sono riuscita finalmente a contattare una consulente del portare, che ci ha osservati, consigliati, e ci ha suggerito un marsupio
veramente ergonomico, reperibile esclusivamente on line.

L’ho amato io, mio marito e anche la bambina, peccato che le occasioni per usarlo fossero poche. Incuriosita, ho preso una fascia ad anelli, che ci ha salvato in vacanza e insegnato un altro tipo di sostegno e contatto.

 

Con una bimba di più di un anno, ho acquistato e imparato a usare una fascia lunga, che è ora il nostro modo preferito per andare in giro, fare i lavori di casa, farci le coccole.

 

Quando la usiamo, siamo tutt’uno, senza interruzioni o intralci. Respiriamo all’unisono, guardiamo il mondo insieme, insieme sentiamo freddo o caldo.

Sulla mia schiena la bimba che sorride ha fatto il bucato, passeggiato lungo il fiume, visitato mostre e mercatini che col passeggino ci sarebbero stati preclusi, e la fascia è stata anche coperta e amaca, all’occorrenza.

Amo sentire il suo peso che si abbandona su di me, amo le sue manine che mi carezzano viso e collo.

Il marsupio ci è servito per la montagna, dove anche il papà e il nonno l’hanno portata per lunghi tratti.

 

A più di due anni ama ancora essere portata, e io amo portarla.

In breve_77

La bimba che sorride tornando a casa comincia a dire di andare a prendere sua sorella. E lo ripete più volte, con voce sempre più vicina al pianto, fino a piangere: 

“Prendi! Prendi! Prendi!”

Lo stesso pianto del mio cuore ogni giorno in cui la piccola sapiente non è con me.

Abbracci mancati

È stata trovata, a Trieste, una bambina gettata in un giardino. Una neonata gettata via, anziché partorita in modo anonimo in ospedale, o lasciata in un luogo dove potesse essere trovata.

Non voglio commentare il fatto in sé, di cui non ho approfondito i dettagli, ma il fatto che ci sia chi commenta lasciando intendere che la madre che ha fatto questo sia da disprezzare.

A chi commenta negativamente auguro la disperazione di una gravidanza non cercata, quando la situazione economica non è favorevole. Auguro il dilaniante dubbio fra aborto e prosecuzione della gravidanza, tra medici più o meno dichiaratamente obbiettori e le pressioni sociali che ti fanno sentire in colpa se solo accenni di non voler tenere il bambino. Auguro la paura di non farcela, non farcela a rinunciare al bambino e non farcela a crescerlo. Auguro l’abisso in cui si precipita quando il bambino nasce e si può solo pensare: “E adesso?”

Piango per quella bambina, come per il mio bambino mai nato, come per tutti quei bambini che non hanno potuto essere abbracciati dalle loro mamme, ma piango altrettanto per una madre così disperata da non vedere altra soluzione che gettare via la figlia.

Mio marito

Mio marito è un uomo grande, massiccio. È una quercia che dà riparo, un luogo accogliente.

Mio marito è il primo posto in cui mi sono sentita a casa. Ha occhi che brillano d’intelligenza e ironia, occhi che mi cullano e accarezzano. 

Gli stessi occhi di sua figlia.

Mio marito è un buffone paziente, un bambino con manone che non riescono a chiudere un bottoncino ma possono sfiorare una guancia con la leggerezza di una piuma.

Mio marito s’ammazza di lavoro e ogni giorno temo di non vederlo tornare, e ogni giorno mi rendo conto che potrei vivere senza di lui, ma non voglio.

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