In breve_77

La bimba che sorride tornando a casa comincia a dire di andare a prendere sua sorella. E lo ripete più volte, con voce sempre più vicina al pianto, fino a piangere: 

“Prendi! Prendi! Prendi!”

Lo stesso pianto del mio cuore ogni giorno in cui la piccola sapiente non è con me.

Abbracci mancati

È stata trovata, a Trieste, una bambina gettata in un giardino. Una neonata gettata via, anziché partorita in modo anonimo in ospedale, o lasciata in un luogo dove potesse essere trovata.

Non voglio commentare il fatto in sé, di cui non ho approfondito i dettagli, ma il fatto che ci sia chi commenta lasciando intendere che la madre che ha fatto questo sia da disprezzare.

A chi commenta negativamente auguro la disperazione di una gravidanza non cercata, quando la situazione economica non è favorevole. Auguro il dilaniante dubbio fra aborto e prosecuzione della gravidanza, tra medici più o meno dichiaratamente obbiettori e le pressioni sociali che ti fanno sentire in colpa se solo accenni di non voler tenere il bambino. Auguro la paura di non farcela, non farcela a rinunciare al bambino e non farcela a crescerlo. Auguro l’abisso in cui si precipita quando il bambino nasce e si può solo pensare: “E adesso?”

Piango per quella bambina, come per il mio bambino mai nato, come per tutti quei bambini che non hanno potuto essere abbracciati dalle loro mamme, ma piango altrettanto per una madre così disperata da non vedere altra soluzione che gettare via la figlia.

Mio marito

Mio marito è un uomo grande, massiccio. È una quercia che dà riparo, un luogo accogliente.

Mio marito è il primo posto in cui mi sono sentita a casa. Ha occhi che brillano d’intelligenza e ironia, occhi che mi cullano e accarezzano. 

Gli stessi occhi di sua figlia.

Mio marito è un buffone paziente, un bambino con manone che non riescono a chiudere un bottoncino ma possono sfiorare una guancia con la leggerezza di una piuma.

Mio marito s’ammazza di lavoro e ogni giorno temo di non vederlo tornare, e ogni giorno mi rendo conto che potrei vivere senza di lui, ma non voglio.

Gli occhi delle mie figlie

Gli occhi della piccola sapiente sono come il cielo, come il mare in una giornata estiva. Hanno tutte le sfumature dell’azzurro e del blu, e mi scavano dentro come una domanda a cui non so rispondere.

Gli occhi della bimba che sorride sono come il sole, un castano luminoso e profondo. Illuminano il suo viso e il fondo della mia anima, quando cercano in me la conferma del mio amore.

Gli occhi delle mie figlie sono gli specchi di due anime giovani e complesse, di due menti sveglie e curiose. Sono abissi in cui amo perdermi, dai quali riemergo solo quando il sonno rende il loro respiro profondo e il loro abbandono totale e dolcissimo.

Se la vita ti dà limoni…

Avete presenti quelle persone che ogni volta che aprono bocca sembrano perseguitate da tutto e da tutti?

Il mio ex è uno di quelli. E io speravo che con la separazione tutta questa negatività non mi toccasse più, ma avendo una figlia in comune devo comunque vederlo, seppur poco. 

La sua narrazione della propria vita è così tragica da farlo sembrare quasi un eroe che va avanti nonostante le avversità. In effetti, a una valutazione oggettiva ha avuto una vera, grande disgrazia: prima ancora di compiere cinque anni ha perso il padre. Un eroinomane morto di overdose.

Da quel momento in poi però le difficoltà sono state del tipo che tutti conosciamo: madre lavoratrice, reddito della madre basso, preso in giro a scuola perché “sfigato” e rifiutato dalle ragazze che gli piacevano.

Il genere di cose per cui ci si macera da adolescenti, non certo oltre la soglia dei quaranta. Tanto più che poi parlandoci si scopre che in assenza della madre c’erano i nonni che abitavano nello stesso palazzo, che potevano permettersi viaggi intercontinentali in anni in cui Rimini era il massimo per gran parte di noi e che ragazze interessate a lui ce n’erano ma non erano quelle che voleva.

Ora è un uomo triste, che reagisce con aggressività a tutto ciò che gli accade, solo. 

Ne conosco altri come lui, che se ne escono in lunghe lamentazioni davanti a chi, magari, ha appena subito un lutto o ha seri problemi di salute. Ogni volta che incontro queste persone mi chiedo se, in fondo, non sia il karma a punirli. 

D’altronde, se scarichi solo negatività sul mondo non puoi aspettarti che ti ricompensi con cose belle.

Cinque

“E siamo a cinque”, mi ha detto mia madre.

Ieri è morta un’altra sua sorella, una donna che mi ha sempre dato l’impressione di essere infelice e di sfogare la sua infelicità sugli altri.

Aveva solo un paio d’anni più di lei, e mia madre sente la morte che si avvicina.

Il tempo non basta

Ieri sono stata al colloquio con le maestre della piccola sapiente, che come immaginavamo tutti è una scolara brillante dal punto di vista dell’apprendimento e della capacità di astrazione.

Molto più problematica, come già sapevo, è la sua incapacità di concentarsi, organizzarsi, essere ordinata e prendersi cura delle proprie cose.

Le maestre mi hanno chiesto di convincere mia madre a trasferirsi vicino a noi, perché nelle due settimane in cui la nonna è stata qui la piccola sapiente ha mostrato maggiore serenità, concentrazione e attenzione alle proprie cose.

Entrambe le mie figlie sono a scuola dalle 7.30 alle 18.00 circa. È una scelta che non è stata scelta: sebbene il mio cambio di lavoro mi abbia evitato di essere ancora più lontana, 14 km in provincia di Milano sono tanti, in termini di tempo. E quando si torna a casa ci sono la cena, i bucati, due figlie che devono dividersi le mie attenzioni.

La piccola sapiente, abituata ad avere una mamma che lavora vicino, e ad averla tutta per sé, è la prima a soffrirne, ma anche la bimba che sorride fra un po’ comincerà a chiedere altrettanto. E io ho solo due mani e tanto amore, e mi sono sentita la mamma peggiore del mondo.

Eppure come me ce ne sono tante, mamme che lavorano e magari mantengono in gran parte la famiglia, mamme che vivono tra il senso di colpa per i figli trascurati e quello per aver lasciato l’ufficio prima dei colleghi, mamme che devono scegliere perché è vero: per sembrare brava la metà di un uomo una donna deve lavorare il doppio. E no, non è facile come diceva la battuta successiva (mia madre aveva  un poster di Lupo Alberto in ufficio, regalatole dalle colleghe), e non è neppure giusto.

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