Le promesse non mantenute

I never made promises lightly/and there have been some that I’ve broken…

Ultimamente mi capita spesso di ascoltare Sting, per le musiche ma soprattutto per i testi. Il verso sopra (citato a memoria e quindi forse non correttamente) mi fa sempre pensare a quanto ho sofferto per le promesse non mantenute, e mi chiedo quanto a mia volta posso aver fatto soffrire.

Mio padre non manteneva le promesse. Non so se fosse perché non dava loro peso, o perché le dimenticasse. Mio fratello ed io abbiamo imparato presto a non fidarci, ma sapere fin da bambini di non poter credere a nostro padre non ci ha reso le cose più facili.

Come spesso accade alle ragazze che hanno un rapporto conflittuale col papà, quasi tutti gli uomini della mia vita erano problematici. E promettevano molto, soprattutto quella protezione e quell’accudimento di cui ero chiaramente in cerca.

Il padre della piccola sapiente, dopo aver promesso a me che ci sarebbe sempre stato e si sarebbe preso cura di noi, ora promette alla figlia, come faceva mio padre con me. Le promette che la porterà all’Expo, o in vacanza in Giappone… La piccola sapiente sta già imparando a non fidarsi.

Non sempre sono stata di parola, soprattutto con i miei ex. In alcuni casi ho tradito, rendendomi conto nel momento stesso che lo facevo perché il rapporto era già morto.

Ma con le mie figlie e mio marito no, non voglio infrangere una promessa.

Voglio continuare a vedere nei loro occhi la luce della fiducia, voglio continuare a meritarmela.

https://youtu.be/KLVq0IAzh1A

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I’m broken

Sono rotta, spezzata.

Me ne sono resa conto vedendomi negli occhi di un collega francese con cui ho lavorato molto due anni fa, sia a distanza sia, per qualche giorno, stando nello stesso ufficio, un collega che non ha mai nascosto la sua stima nei miei confronti.

Ho visto la persona che ero e che non sono più, da quella corsa in ambulanza quasi due anni fa, da quando questo lavoro mi ha portato via l’entusiasmo, la voglia di dare il massimo e di imparare, e anche qualcosa in più.

Per quanto chi mi vuol bene mi dica di non crucciarmi, di non addossarmi la colpa, non posso non pensare di aver lasciato che lo stress mi portasse via qualcosa di incommensurabilmente prezioso.

Qualcuno di incommensurabilmente prezioso.

Qualcuno che oggi avrebbe circa un anno.

Io che mi sono sempre rialzata mi rendo ora conto di essere irreparabilmente spezzata.

Seconda

La bimba che sorride è una strana creatura. È nata dopo una sorella amatissima e ha capito di doversi fare strada nel mio cuore coi suoi teneri occhi castani e un sorriso furbo.

La bimba che sorride mi canta canzoni d’amore mentre è seduta sul water o mentre scende le scale. Si siede in braccio a me e mentre fa tutt’altro con le mani cerca il mio viso.

La bimba che sorride mi dà ordini perché vuole che le cose siano fatte a modo suo, e ogni tanto mi disconosce come madre – ma subito dopo mi chiama con affetto. Sgrida sua sorella se fa qualcosa di sbagliato, e nel farlo risulta piuttosto precisa e perentoria.

La bimba che sorride fa sorridere chi le sta intorno, e ci son giorni in cui questo è davvero il dono più grande.

Ringraziarli

È un ricordo venuto fuori per caso, parlando con la piccola sapiente.

È la me di almeno 20 anni fa, goffa e insicura, una sera di sabato, fuori da un locale con la compagnia che frequentavo.

Un ragazzo considerato molto bello si avvicina, mi tende la mano e si presenta. Io gli dico il mio nome, spiazzata, capendo che qualcosa non va ma non riuscendo a capire cosa.

Pochi minuti dopo si riavvicina, ripete il gesto. Automaticamente rispondo, capendo quello che per lui è uno scherzo, consapevole che i suoi amici ridacchiano pensando che io lo creda interessato a me. Vorrei essere a casa.

Lo rifà una terza volta, e ora ridono in molti, anche nella mia compagnia. Non so che pesci pigliare, scappare non sarebbe dignitoso, ma non so dire nulla che mi cavi d’impiccio.

Si avvicina uno dei ragazzi della mia compagnia e lo manda via. Non ricordo cosa abbia detto, ma gli fa capire che mi deve lasciar stare, e un altro lo spalleggia. Mi fanno sentire meno sola. Mi fanno sentire che qualcuno mi vuole bene.

Di uno ricordo solo il cognome, dell’altro solo il nome. Troppo poco per rintracciarli, troppo poco per ringraziarli.

Di valle in valle

Sabato ero da mio padre con la piccola sapiente. Dopo una lunga passeggiata, mi sono separata da loro per andare a comprare una cosa al supermercato, mentre loro tornavano a casa.

Erano quasi le sette di sera, in pianura forse ancora si vedeva il sole ma lì, fra i monti, rimaneva solo un riflesso di luce. L’aria era frizzante, le strade quasi vuote, e io camminavo sola.

Sola come molte volte ho camminato, in quello stesso buio di montagna prima di cena, e anche di questo ho sentito la mancanza: la solitudine e insieme un certo senso di sicurezza. Perché in quei paesini il pericolo non è assente, ma non è pervasivo come nei centri di pianura, vicini alle grandi città. Perché ci sono mille posti sicuri, con gente che conosci, dove poterti rifugiare. 

Perché il rumore che fa l’aria in quei momenti non si può raccontare.
La Val di Susa brucia. Il fumo circonda Susa, le fiamme divorano boschi e case, avvicinandosi ogni giorno al paese di mia nonna, dove ancora vive una bella fetta della famiglia.

Non posso non preoccuparmi, soprattutto per la prozia, classe 1919, a cui certo respirare fumo non fa bene. Il mio cuore fa un balzo a ogni notizia, leggo i quotidiani on line, mando messaggi a chi ha notizie di prima mano.

Nel frattempo la prozia, incurante del fumo, esige di scendere in giardino ogni giorno.

Nera

Nella classe della piccola sapiente c’è un bambino rumeno, suo grande amico. Non è l’unico suo compagno di origine straniera: ci sono anche un bambino tunisino, una bambina cinese e, novità di quest’anno, una senegalese.

I due maschietti hanno cominciato le elementari che già parlavano italiano come gli altri, essendo nati in Italia e avendo frequentato la scuola materna. La bambina cinese non lo parlava affatto, ma alla fine della prima elementare era fra i migliori della classe (meraviglie dei bambini, se mi mettessi io a imparare il cinese in 9 mesi non combinerei niente). Non so come parli la nuova arrivata, ma a giudicare da come scrive la madre sul gruppo whatsapp della classe non sono di recente immigrazione. 

Non mi è mai capitato di sentire commenti sulla presenza di bambini stranieri, forse perché non rallentavano la classe. La loro diversità era in fondo abbastanza marginale e quasi non la si notava.

La bambina senegalese, invece, è decisamente, evidentemente nera. E l’amico della piccola sapiente, all’oscuro dell’opinione degli italiani sui rumeni, rifiuta di giocare con lei perché è nera. 

Ci sono così tante cose che mi rendono triste, in questo comportamento, che non sono neppure in grado di esprimerle. A consolarmi c’è solo il comportamento di mia figlia che, parole sue, ha “dato una possibilità” alla nuova compagna, e scoperto così che è simpatica, e che non capisce come si possa non voler giocare con qualcuno solo perché ha la pelle nera.

Cura

La cura migliore sono loro.

La piccola sapiente dalla rosea bocca perfetta, dagli occhi azzurri bordati di blu con cui mi guarda sognante da sotto una cascata di capelli biondi.

La bimba che sorride nel cui sguardo si concentra un’intera estate, bellissima come solo a due anni si può essere, pronta a corromperci con un sorriso e due parole dolci.

Mio marito che fa lo sciocco per farmi ridere, che mi guarda ancora come quando ci siamo conosciuti e che quando mi rifugio fra le sue braccia cancella ogni ansia.

Mi tuffo in loro per non guardare in me.

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