Nella loro ora di libertà

Ieri sono dovuta andare in anticipo a prendere la bimba che sorride, la quale frequenta ormai la scuola primaria.

Mentre attendevo nell’androne, vedevo bene il cortile interno della scuola. Era una bella giornata, faceva anche caldo per essere gennaio, e mi sono trovata a osservare una scena bizzarra.

Una decina di bambini, probabilmente una terza, tutti con indosso giacca e mascherina, girava attorno al cortile. I bambini erano in fila indiana, distanziati uno dall’altro, e giravano di continuo, a passo sostenuto, mentre una donna (l’insegnante, suppongo) li osservava dal centro del cortile.

Mi sono sentita sdoppiata, divisa. Da un lato ho apprezzato il tentativo dell’insegnante di far fare movimento ai bambini, che altrimenti con la palestra inaccessibile causa covid passerebbero tutte le loro giornate seduti, e di far anche respirare loro aria più fresca di quella che c’è in aula (pulita, così vicini a Milano, temo sia impossibile). Dall’altro lato mi hanno ricordato i carcerati dei film, mentre camminano in cerchio durante l’ora d’aria.

E ora sono qui, dentro la mia casa calda ma angusta, a passare giornate tiepide e assolate davanti al computer, svolgendo un lavoro che mi serve disperatamente ma che mi fa sentire, in fondo, come se girassi in tondo nel cortile di una vita che, invece, si svolge ricca e vibrante altrove.

Io come (quasi) doula

A giugno 2020, soffrendo per il mobbing sempre più pesante da parte del mio capo e non sentendomi più a mio agio nella vita e nel lavoro che facevo, mi sono dimessa.

Da quasi un anno e mezzo vivo della Naspi, affiancata ovviamente allo stipendio di mio marito, e abbiamo dovuto fare economia per far quadrare i conti; ma è stato, allo stesso tempo, un anno e mezzo in cui sono cresciuta, ho frequentato corsi di diverso tipo e infine ho intrapreso un percorso di formazione per diventare doula.

Mancano solo due settimane all’esame finale, e nelle ultime lezioni mi sono trovata a fare un bilancio non solo della mia formazione, ma della mia vita.

La bambina di 3 anni della foto era appena uscita da una malattia grave, che l’aveva lasciata debilitata e con molte limitazioni in ciò che poteva fare o mangiare, eppure era una bambina fiduciosa, curiosa, piena di voglia di fare e di conoscere. Crescendo tutto questo si è offuscato, è stato coperto dalle esperienze e necessità della vita, e apparentemente quella bambina non c’è più; eppure so, sento di essere ancora la stessa, nel profondo, e che il nucleo della mia personalità è rimasto lì, intatto e impossibile da scalfire.

Questo percorso mi ha permesso di esplorarmi, scavare a fondo, rimettermi in equilibrio e al centro – il che è quasi paradossale, in una professione che deve invece mettere al centro la madre e i suoi bisogni e desideri; ma è necessario conoscere se stessi, prima di conoscere altro.

Proprio nel momento in cui arriva una notizia che mi impedirà di fatto di praticare questa professione, che calza come un guanto su quello che ero, che sono e su tutto ciò che ho vissuto e imparato nella mia vita, mi rendo conto di essere come un torrente di montagna, con tratti calmi e tratti tumultuosi, pozze profonde e zampilli, un torrente che è assieme sollievo e pericolo, qualcosa che è sempre lo stesso da lunghissimo tempo ma insieme mai uguale a quello che era, grazie all’acqua che scorre – e a volte travolge.

Dis(occu)p(er)azione

Capita spesso, su giornali, social o altri canali di comunicazione, di sentire della diatriba le persone non vogliono lavorare/le aziende pagano troppo poco.

Personalmente ho visto diversi annunci con retribuzioni ridicole (3 o 4 euro all’ora), spesso per lavori che richiedono anche un minimo di competenze. Esiste anche il discorso costi/retribuzione: se vengo pagato 10, ma i costi per trasporti e gestione della famiglia ammontano alla stessa cifra (o più alta) non posso certo accettare. Ed è qui che probabilmente falliscono molti percorsi di reinserimento.

Ho imparato anni fa che, con una laurea ed esperienze da impiegata, non vengo neppure presa in considerazione per impieghi tipo addetta alle pulizie; ho altresì imparato che come donna, prima fertile e poi con figli, anche laddove io sia perfettamente qualificata mi si preferirà qualcuno che non abbia figli. O che abbia organi riproduttivi diversi dai miei.

Ho lasciato il mio lavoro sotto pressioni che sembravano prese da un manuale di mobbing, a partire dal demansionamento al rientro dalla maternità. Da allora, e sono passati 14 mesi, ho fatto una manciata di colloqui, che si possono contare sulle dita di una mano, e ricevuto alcune proposte che per ragioni geografiche o logistiche non ho potuto accettare.

Ogni volta che la mia candidatura per un impiego viene scartata mi sento più preoccupata e inutile; la Naspi si è già ridotta di circa il 20%, e durerà ancora meno di un anno, per i lavori che vorrei fare non sono considerata adatta, e per quelli che non mi interessano ma so fare bene vengo comunque considerata inadatta, senza nemmeno fare un colloquio.

E quindi torna una domanda che mi sono già fatta su questo blog, ma senza risposte concrete: come si ricomincia a 40 anni e senza mezzi economici?

Cambiamento e ostacoli

Mesi di cambiamenti. Non fuori, ma in me.

Fuori nulla cambia, nulla asseconda i miei cambiamenti, e questo si fa via via più pesante.

Se la me che lavorava freneticamente in un ufficio acquisti tutto sommato si adattava alla vita della provincia di Milano, la me disoccupata, in formazione e in trasformazione dell’ultimo anno regge male sia l’inattività sia la frenesia inconcludente e capitalista che la circonda.

Come molte altre volte in passato, mi pare di lottare contro un mondo che mi vuole in un modo che non sento mio, e mi costringe con una leva potente: la necessità di mantenere me stessa e i miei figli, ché lo stipendio di mio marito, all’assottigliarsi della Naspi, basta a malapena.

Ma il periodo non è dei migliori, e l’assoluta assenza di mezzi e dei giusti contatti fa sì che nulla arrivi, e che là dove provo ad aprire porte queste mi vengano sbattute in faccia.

Di nuovo, penso che tra volere e potere ci sia un abisso, che non ho mezzi per colmare.

Grido

Da 14 anni faccio lavori che non c’entrano nulla con me, quello che trovo, perché devo sopravvivere – e spesso la mia ricerca era urgente, non ho potuto scegliere.

Mi sacrifico per dovere, per coloro che amo.

Il sacrificio permette a mio marito, appena nata la bimba che sorride, di lasciare un lavoro in vetreria che lo fa sentire in prigione per lavorare col fratello, prima da dipendente, poi da socio. Ci permette di andare avanti in momenti difficili.

Dopo 14 anni non ce la faccio più, e lascio il lavoro, che ormai detesto. Mi permetto di sognare un corso per riqualificarmi, per cominciare una nuova vita con un lavoro più interessante.

Il sogno dura un mese. Poi la schiena di mio marito mi riporta alla realtà – lui dovrà lasciare un lavoro in cui ha 20 anni di esperienza, con la prospettiva di trovare poco o niente, e io tornare a fare quello che ho fatto per anni: un lavoro che non amo, che non mi appassiona, che mi spegne.

Ed è un grido di dolore quello che mi sale dalle viscere, e mi tiene sveglia nella notte, il grido di chi vorrebbe liberarsi, ma non può.

Riqualificarsi

Oggi sono stata al centro per l’impiego, per un colloquio obbligatorio per chi abbia richiesto la Naspi.

Non è la prima volta che ci vado, e nemmeno per un istante mi sono illusa che potesse essere una reale opportunità di trovare lavoro.

Durante il colloquio l’impiegato, cui avevo snocciolato la lista dei miei lavori, fatti perché quello passava il convento, mi ha chiesto: “Ma quindi che lavoro ti piacerebbe fare?”

Mi sono dapprima tenuta sulle generali, poi ho azzardato a menzionare qualcosa che fosse molto diverso dalle mie esperienze, ma affine al mio modo di essere e di pensare.

Sono subito stata rimessa al mio posto, con un lungo e nebuloso discorso che si potrebbe sintetizzare con: se hai fatto questo lavoro, non puoi che continuare a fare quello, visto che è in quello che hai esperienza.

E il mio desiderio di cambiare si fa ancora più forte.

In breve_91 (segue dal precedente)

Secondo il mio (ormai ex) capo, le mie dimissioni sono un bene per l’azienda.

Le facce che mi hanno salutata oggi non erano tanto d’accordo.

In breve_90

Domani presenterò le mie immediate dimissioni.

La mia dignità, il rispetto di me stessa, la serenità di una famiglia, il mio tempo non valgono uno stipendio misero e un mare di insulti.

Cambiare ancora

Il cambiamento è sempre stato parte della mia vita, specialmente a partire dalla maggiore età.

Ultimamente il cambiamento sembra accelerare, e sono un po’ in affanno nel cercare di adeguarmi.

La piccola sapiente non è più piccola, è alta quasi quanto me (il che non è in effetti un grande traguardo) e ho cominciato a trasferirle parte del mio guardaroba. Il suo corpo non è davvero quello di una bambina, e gli sbalzi d’umore sono all’ordine del giorno, tuttavia sembra aver acquisito maggiore consapevolezza di sé durante questa quarantena. Ripenso a lei a 5 o 6 anni e mi viene un po’ di malinconia ricordando quanto fossimo legate, pur sapendo che il suo allontanamento è sano e naturale.

I due mesi trascorsi in casa hanno aumentato la mia irritazione nei confronti del nostro appartamento troppo piccolo e del luogo in cui viviamo, mostrandomi come i valori fondamentali per me siano diversi da quelli che dominano nella provincia più ricca d’Italia (ovvero quelli stessi che per molti sono stati messi in discussione dalla pandemia). Mi trovo a sognare una casa nel bosco quasi ogni momento, ma non sono certa che questi sogni mi facciano bene.

La gestione di lavoro e figli è diventata ancora più complicata. Io lavoro al mattino, mio marito al pomeriggio, così che qualcuno possa badare ai bambini, ma è una soluzione attuabile solo per poco. I suoi soci protestano, il mio capo vuole che da inizio giugno rientriamo tutti in ufficio, i miei suoceri sono ancora in quarantena in attesa del tampone di controllo di mio suocero. Viviamo alla giornata, in attesa di scoprire cosa accadrà, ma stiamo valutando l’ipotesi che io dia le dimissioni. Se da un lato mollare il mio capo in un mare di guai mi darebbe una sottile soddisfazione, dall’altro so che per una donna vicina ai quaranta e con tre figli sarebbe poi molto difficile trovare un lavoro qualsiasi, figuriamoci trovarne uno che mi dia soddisfazione.

Il cambiamento in passato non mi ha mai spaventata, ma non poter in alcun modo influenzare la direzione in cui andrà la mia vita è davvero terrificante.

Il test sierologico

Il giorno del rientro in ufficio, su richiesta dell’azienda, mi sono sottoposta a un test sierologico per la ricerca degli anticorpi per il Covid-19. Prevedibilmente, erano presenti anticorpi, ma non tali da far pensare a un’infezione in corso.

Nel frattempo la normativa è cambiata, e il nostro ansiosissimo capo si è procurato dei kit per il test sierologico, da effettuare in azienda.

Prima di farli ci ha chiesto come intendessimo procedere. Farlo con un medico avrebbe significato obbligo di denuncia ad ATS, quarantena obbligatoria, tampone (che in Lombardia è a pagamento). Senza medico avremmo potuto scegliere come procedere, se far fare tampone a chiunque avesse qualunque tipo di anticorpo o solo a chi avesse IGM.

Ho esplicitamente chiesto che non mi facessero rifare la quarantena obbligatoria, che avrebbe significato rinchiudere tutta la famiglia in casa un’altra volta, con conseguenze pratiche (chi fa la spesa?) ed economiche (mio marito, autonomo, non potrebbe lavorare).

Una collega mi è quasi saltata addosso, dicendo che non si fida e che non sarebbe corretto, che lei vorrebbe sapere. Come se io non fossi andata in ufficio per due settimane, quando loro sapevano tutti quale fosse stata la situazione a casa mia.

Alla fine sono stata dispensata dall’obbligo di segnalazione, visto che avremmo fatto il test senza medico.

Ma tanto il test è risultato completamente negativo. A far riflettere sull’effettiva affidabilità dei test “pungidito”.

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