Più succo

Fioriscono online e particolarmente su Facebook, e sono le coach che propongono nuovi stili di vita (e naturalmente i prodotti che vendono) per rimettersi in forma velocemente.

Roba tipo 10 chili al mese se sei davvero molto sovrappeso, 2 o 3 se sei normopeso ma vuoi essere più magro. Qualcosa che attirerebbe chiunque abbia tentato più di una dieta e abbia fallito.

Un paio di persone che conosco hanno intrapreso questa attività, e a quanto ho capito si abbina un regime alimentare che prevede molta frutta e verdura, carboidrati solo integrali, niente latte e pochissimi latticini a integratori (dicono sia solo frutta e verdura liofilizzata, quindi vitamine), bruciagrassi per quando si fa eccezione e ci si strafoga, e prodotti per ridurre l’appetito.

Il problema è che ho avuto in mano una di queste bustine, e gli ingredienti non erano indicati, anche se mi sembra che per legge sia obbligatorio. E anche se magari non ci capirei molto, mi piace poter sapere cosa sto introducendo nel mio corpo.

Inoltre, queste coach danno consigli di alimentazione alle proprie clienti, sulla base di una formazione che viene fatta regolarmente via chat o videoconferenza. Nessuna di loro ha fatto studi specifici, quindi le basi sono scarse o nulle, e sospetto che la formazione comprenda molti aspetti commerciali, trattandosi di un multilevel.

Va a finire che a chi fa domande su alcune peculiarità della loro alimentazione rispondono che le proteine le prendono dal pane. Oppure, nel pubblicare fotografie dei loro pasti, chiamano cappelletti quelle che chiaramente sono orecchiette.

So di diverse fra queste coach che hanno lasciato il proprio lavoro per dedicarsi interamente a questa attività, che evidentemente è remunerativa; se però crescono velocemente come dicono presto si arriverà alla saturazione del mercato. Inoltre, sebbene lo spaccino per un modo per stare di più con la famiglia e i figli, passano così tanto tempo al cellulare, fra chat, selfie e post su Facebook, che per la durata di una cena possono scambiare sì e no due frasi, senza accorgersi di cosa accade intorno (scena questa a cui ho assistito personalmente).

Le mie considerazioni sono di due tipi, e riguardano da un lato la salute, dall’altro la qualità della vita.

Se sono normopeso, o leggermente sovrappeso, difficilmente potrò perdere svariati chili al mese, a meno di sottoporre il mio corpo a uno stress non indifferente. Se il mio regime alimentare è sano ed equilibrato, non avrò bisogno di integratori. Se non sono in grado di esercitare la mia forza di volontà per evitare abbuffate, forse il mio rapporto col cibo andrebbe rivisto.

Dal punto di vista della qualità della vita, stiamo parlando di persone che si inimicano tutti coloro che non sono interessati al loro programma, per via del martellamento di post sui social network  (io ho risolto con la funzione “non seguire più questa persona”) o di campagne più mirate. Personalmente, ricevere un whatsapp che mi dice di dimagrire o essere taggata in un post su Facebook dedicato a chi non ce la fa a perdere peso non mi mette troppo di buon umore, considerato anche che non sono nemmeno sovrappeso. 

Tendono ad essere aggressive con chi critica o insinua dubbi, vedendo attacchi perfino dove non ce ne sono. D’altro canto, deridono chi si dice dubbioso o indeciso, oppure chi apertamente dice di non aver tempo per fare esercizio (io sarei una di quelli, scrivo i miei post solo in pausa pranzo perché dalle 6 alle 23 lavoro, in ufficio o a casa, e non posso certo fare addominali alla scrivania).

Infine, la meravigliosa attività che lascia tanto tempo per se stessi è un lavoro 24 ore su 24, 7 giorni su 7, perché se il cliente ti cerca per essere consigliato o motivato tu devi rispondere, o andrà altrove. E a me che già ho poco tempo da dedicare alle mie figlie l’idea di fissare lo schermo di un cellulare, per guadagnare, anche fuori dall’orario di lavoro sembra un incubo.

(In cerca di) Positività 

Le persone si lamentano.

Lo faccio anch’io, ovviamente, ma mi riferisco alla lamentela costante.

Sembra quasi che chi lo fa non abbia nulla di bello, nella vita, o non se ne renda conto.

In ufficio ultimamente mi trascino, dopo sei mesi in cui ho letteralmente dato anima e corpo per fare il lavoro di due persone, sacrificando la salute mia e della mia famiglia, sento il mio capo lodare le persone che fanno meno possibile
e delegano tutto ad altri, e questo non mi invoglia a fare di più.

Anzi, ho cominciato a cercare un altro lavoro.

Il luogo dove vivo mi piace sempre meno, complice l’assenza del tempo necessario a godere quel poco che offre – inutile vivere dove ci sono tante associazioni che propongono belle attività da fare coi figli, se queste attività sono il giovedì
alle 17.00, quando io sono in ufficio.

Mio marito ed io cerchiamo lavoro nel sud della Sardegna, da dove proviene la sua famiglia, per poterci svegliare la mattina e vedere qualcosa di bello o uscire dal lavoro e fare due passi al mare.

Eppure quando vado al nido a prendere la bimba che sorride e lei mi si stringe al collo, o passo due ore sola con la piccola sapiente e ci facciamo il solletico, la giornata mi cade di dosso e sono felice, posso affrontarne un’altra ingoiando
i rospi perché non ho bisogno di creare altra negatività intorno a me.

Ci riescono benissimo gli altri.

Attraversamento 

Stamattina mentre ero in coda, direzione ufficio, una fagianella ha attraversato la strada. 

Prima ha tagliato la corsia opposta, che era vuota, poi sulla mezzeria ha esitato. L’auto davanti a me ha rallentato e lei, come fosse un comune pedone, è ripartita per andare a infrattarsi fra i cespugli a bordo strada.

Ho paura di vivere in un mondo in cui anche i fagiani hanno imparato a interpretare il comportamento degli automobilisti.

Maschi e femmine

Nel mio ufficio c’è una sorta di gara scherzosa su chi prepari il miglior tiramisù. La scorsa settimana un collega l’ha portato, e come era successo con l’unico altro di sesso maschile, tutti hanno chiesto se l’avesse davvero preparato lui o sua madre.

Ho fatto notare come simili domande non siano mai state rivolte alle colleghe, incluse quelle molto giovani, e qualcuno mi ha risposto: “È che siamo abituati così”

Chi mi ha dato questa risposta oggi è stato il primo a fare gli auguri a tutte le colleghe.

Lunedì nella sala d’attesa del medico due uomini sulla sessantina discutevano dei propri problemi di salute. A quanto ho capito, entrambi non possono lavorare a causa di qualche disturbo cronico, e uno suggeriva all’altro di andarsene qualche settimana al mare.

La risposta è stata che non potrebbe perché il figlio, maggiorenne e lavoratore, non si occuperebbe della casa e lascerebbe un disastro. Ha continuato dicendo che lui non ha una figlia femmina, come l’amico, “che son più portate e qualcosa lo fanno”.

Come ogni anno, credo ci sia molto poco da festeggiare e tanta strada da fare. In casa, prima ancora che nelle istituzioni.

Aree fragili

Ogni anno il mio relatore mi manda l’invito a un convegno che organizza e a cui ho partecipato 11 anni fa, su vari aspetti della vita, della società e dell’economia nelle aree fragili d’Italia.

Ogni anno, per un motivo o per l’altro, non posso andare, ma scorro attentamente il programma e mi mangio le mani.

Ho fatto una tesi di sociologia, una tesi di ricerca che mi ha richiesto più di un anno quando per il voto di laurea mi sarebbe bastata una compilativa da buttar giù in tre mesi. L’ho fatto perché mi piaceva, perché mi sarebbe piaciuto che fosse il mio lavoro e probabilmente sapevo che le dure necessità della vita mi avrebbero richiesto di fare altro.

Oggi mi trovo a tirare sul prezzo di tiranti zincati e adattatori per ingressi cavo, cose che la maggior parte di voi (giustamente) non sa nemmeno a cosa servano. Mi piace la parte tecnica del mio lavoro, forse per la mole di cose che ho da imparare, ma mi manca quello che avrei voluto fosse la mia vita: conoscere le persone, non le macchine.

Aveva probabilmente ragione la mia professoressa del liceo quando, di fronte alle due opzioni di facoltà universitaria fra le quali ero indecisa, mi disse:

“Tu sei troppo interessata alle persone per rinchiuderti in una biblioteca”

Se la vita ti dà limoni…

Avete presenti quelle persone che ogni volta che aprono bocca sembrano perseguitate da tutto e da tutti?

Il mio ex è uno di quelli. E io speravo che con la separazione tutta questa negatività non mi toccasse più, ma avendo una figlia in comune devo comunque vederlo, seppur poco. 

La sua narrazione della propria vita è così tragica da farlo sembrare quasi un eroe che va avanti nonostante le avversità. In effetti, a una valutazione oggettiva ha avuto una vera, grande disgrazia: prima ancora di compiere cinque anni ha perso il padre. Un eroinomane morto di overdose.

Da quel momento in poi però le difficoltà sono state del tipo che tutti conosciamo: madre lavoratrice, reddito della madre basso, preso in giro a scuola perché “sfigato” e rifiutato dalle ragazze che gli piacevano.

Il genere di cose per cui ci si macera da adolescenti, non certo oltre la soglia dei quaranta. Tanto più che poi parlandoci si scopre che in assenza della madre c’erano i nonni che abitavano nello stesso palazzo, che potevano permettersi viaggi intercontinentali in anni in cui Rimini era il massimo per gran parte di noi e che ragazze interessate a lui ce n’erano ma non erano quelle che voleva.

Ora è un uomo triste, che reagisce con aggressività a tutto ciò che gli accade, solo. 

Ne conosco altri come lui, che se ne escono in lunghe lamentazioni davanti a chi, magari, ha appena subito un lutto o ha seri problemi di salute. Ogni volta che incontro queste persone mi chiedo se, in fondo, non sia il karma a punirli. 

D’altronde, se scarichi solo negatività sul mondo non puoi aspettarti che ti ricompensi con cose belle.

In breve_75

Quattro mesi sono passati da quando mi sono svegliata in ospedale e l’unica motivazione ancora la trovo negli occhi delle mie figlie.

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