What didn’t kill me just made me tougher

Per mia madre, io sono la figlia forte, che se la cava sempre. 

Questo si è tradotto in pratica in un trattamento non troppo delicato, fatto di aperte critiche a come sono e a ciò che faccio, di scelte imposte (come quella di trovarmi un lavoro qualsiasi per pagarmi un affitto, essendomi stato imposto di andarmene di casa a metà della stesura della tesi), di velato sfruttamento. Oddio, neanche tanto velato.

Da un certo punto di vista mia madre aveva ragione, c’è in me un nucleo resistente, che vuole sopravvivere ad ogni costo e che si è manifestato la prima volta quando, a due anni, ho superato un ricovero per epatite e broncopolmonite allo stesso tempo, mantenendo il sorriso e la curiosità. 

Dall’altro lato, questa forza mi è stata imposta, richiesta, è stata data per scontata da lei per prima. Ogni mio sfogo, ogni scoppio di rabbia, gli anni della depressione, tutto è stato rintuzzato più o meno delicatamente, più o meno esplicitamente, perché io imparassi a controllarlo.

E io sono un’allieva diligente, ho imparato.

Quando ero incinta della bimba che sorride, durante il corso preparto, le ostetriche hanno intuito che la mia prima maternità non fosse stata semplice e gioiosa come in genere ci si aspetta. Dopo aver saputo com’era andata mi hanno detto che se volevo evitare un altro cesareo dovevo rilassarmi e non cercare di controllare tutto.

Ci sono quasi riuscita.

È stato quello il momento in cui mi sono resa conto di quanto la necessità di essere forte mi avesse tolto, a livello personale e di possibilità. E non solo. Tutti, in famiglia e sul lavoro, si aspettano da me che sia razionale e calma anche quando internamente sto crollando. 

E io sto crollando.

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In breve_79

Sprofondando nella consapevolezza che un anno fa c’eri e non lo sapevamo, ma presto avremmo saputo di te e non ci saresti stat* più. 

In breve_77

La bimba che sorride tornando a casa comincia a dire di andare a prendere sua sorella. E lo ripete più volte, con voce sempre più vicina al pianto, fino a piangere: 

“Prendi! Prendi! Prendi!”

Lo stesso pianto del mio cuore ogni giorno in cui la piccola sapiente non è con me.

Grida e silenzio

Discendo, per parte di padre, da montanari cresciuti alle pendici del Moncenisio, dove se alzi gli occhi sembra che le montagne debbano caderti addosso. Fisicamente somiglio a loro, nel viso e nel corpo.

Sono cresciuta in un luogo dove per stare soli, per trovare il silenzio, bastava fare pochi passi fuori di casa, imboccare un qualsiasi sentiero o una stradina secondaria, e le altre persone sembravano lontane nello spazio e nel tempo.

In montagna si grida per chiamarsi, perché da qui a lì riusciamo a vederci ma magari c’è da scendere e da risalire e allora ci si mette tanto. Si grida perché c’è spazio, e non c’è nessuno a cui dar fastidio.

In breve_76

Oggi tutto il giorno ho pensato a te, e a come non perdere anche le tue sorelle.

(In cerca di) Positività 

Le persone si lamentano.

Lo faccio anch’io, ovviamente, ma mi riferisco alla lamentela costante.

Sembra quasi che chi lo fa non abbia nulla di bello, nella vita, o non se ne renda conto.

In ufficio ultimamente mi trascino, dopo sei mesi in cui ho letteralmente dato anima e corpo per fare il lavoro di due persone, sacrificando la salute mia e della mia famiglia, sento il mio capo lodare le persone che fanno meno possibile
e delegano tutto ad altri, e questo non mi invoglia a fare di più.

Anzi, ho cominciato a cercare un altro lavoro.

Il luogo dove vivo mi piace sempre meno, complice l’assenza del tempo necessario a godere quel poco che offre – inutile vivere dove ci sono tante associazioni che propongono belle attività da fare coi figli, se queste attività sono il giovedì
alle 17.00, quando io sono in ufficio.

Mio marito ed io cerchiamo lavoro nel sud della Sardegna, da dove proviene la sua famiglia, per poterci svegliare la mattina e vedere qualcosa di bello o uscire dal lavoro e fare due passi al mare.

Eppure quando vado al nido a prendere la bimba che sorride e lei mi si stringe al collo, o passo due ore sola con la piccola sapiente e ci facciamo il solletico, la giornata mi cade di dosso e sono felice, posso affrontarne un’altra ingoiando
i rospi perché non ho bisogno di creare altra negatività intorno a me.

Ci riescono benissimo gli altri.

Aree fragili

Ogni anno il mio relatore mi manda l’invito a un convegno che organizza e a cui ho partecipato 11 anni fa, su vari aspetti della vita, della società e dell’economia nelle aree fragili d’Italia.

Ogni anno, per un motivo o per l’altro, non posso andare, ma scorro attentamente il programma e mi mangio le mani.

Ho fatto una tesi di sociologia, una tesi di ricerca che mi ha richiesto più di un anno quando per il voto di laurea mi sarebbe bastata una compilativa da buttar giù in tre mesi. L’ho fatto perché mi piaceva, perché mi sarebbe piaciuto che fosse il mio lavoro e probabilmente sapevo che le dure necessità della vita mi avrebbero richiesto di fare altro.

Oggi mi trovo a tirare sul prezzo di tiranti zincati e adattatori per ingressi cavo, cose che la maggior parte di voi (giustamente) non sa nemmeno a cosa servano. Mi piace la parte tecnica del mio lavoro, forse per la mole di cose che ho da imparare, ma mi manca quello che avrei voluto fosse la mia vita: conoscere le persone, non le macchine.

Aveva probabilmente ragione la mia professoressa del liceo quando, di fronte alle due opzioni di facoltà universitaria fra le quali ero indecisa, mi disse:

“Tu sei troppo interessata alle persone per rinchiuderti in una biblioteca”

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