Appunti di fine estate

Il Sulcis nella mia mente era quello che avevo visto nei telegiornali, una terra di minatori e di disoccupazione, arida e poco accogliente.
Il Sulcis che ho conosciuto è invece bello in maniera quasi dolorosa, arido sì, e selvatico, ma così attraente che verrebbe voglia di spalancare le braccia e accoglierlo, tutto. Il vento non tace nemmeno nella calura dell’estate e piega gli alberi che si chinano su un mare blu e perfettamente trasparente, dove in qualsiasi momento puoi vedere pesci che ti nuotano attorno ai piedi, a due passi dalla spiaggia.
È una terra di cui mi sono innamorata a prima vista e profondamente, così come è avvenuto alla piccola sapiente, tanto che ripartire è stato quasi doloroso.
Mio marito, pur cresciuto sul continente, è molto legato alla terra in cui è nato e da cui provengono i suoi genitori. Posso solo immaginare il dolore che prova lui ogni volta che riparte, ma il suo orgoglio nel far fare il primo bagno in mare a sua figlia era così evidente che tutti si sono fermati a guardare questa neonata sgambettante.

La bimba che sorride fa onore al suo nome, guardando il mondo con occhi sereni e curiosi e dispensano sorrisi a chiunque si prenda del tempo per giocare con lei.
Sebbene non ci sia una base scientifica, appare probabile che la grande differenza di comportamento tra le due sorelle sia legata al diverso vissuto durante la gravidanza – e nemmeno dopo sei anni la piccola sapiente ha smesso di cercare rassicurazioni.
Siamo una famiglia rotta e ricomposta, e la mia primogenita si trova di fronte due padri così diversi da sentirsi combattuta tra l’amore per quello biologico e il benessere e la sicurezza che quello acquisito le sa dare. Sta diventando grande, non solo nel corpo ma nel modo di ragionare, e devo accettare che si allontani, non la pensi come me, non sia più simile a me di quanto io sia simile a mia madre.

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Arriva il momento in cui ti accorgi che non hai chi ti possa aiutare a superare certi momenti.
Sei rimasta sola e stavolta non sai come sia successo.

Scrivevo, scrivo

Quando ero adolescente avevo un diario. Credo di averlo aggiornato fino ai 19 anni, fino ai primi mesi di università, poi la palese idiozia di una simile pratica, e di ciò che scrivevo, mi è balzata agli occhi.

Nel 2008 ho cominciato a tenere un blog, e sebbene i contenuti siano sempre piuttosto personali si tratta di un’esperienza diversa. Qui ci sono altre persone che leggono, commentano, danno feedback positivi o negativi. Non si scende in dettagli, non si dice tutto ma solo ciò che si vuole far sapere. Mi ritrovo ad avere una quarantina di follower e mi chiedo se davvero quello che scrivo possa essere così interessante.

Tenere un diario segreto implica una questione di fiducia nei confronti delle persone con cui si divide la casa. Mia madre non si è mai sognata di leggere ciò che scrivevo, sebbene credo si sia chiesta spesso cosa combinassi, in certi periodi; mio fratello se ne disinteressava, come di cose fondamentalmente noiose e che non lo riguardavano nè come persona, nè come fratello.
Mio padre, dal quale comunque andavo solo nel weekend, era una questione diversa. Ciò che provavo e vivevo non gli interessavano più di tanto, ma una volta l’ho pescato con le mani sul diario, che mi ero portata dietro. Era curiosità, la sua, come quella che avrebbe potuto avere un mio coetaneo; questo però lo capisco adesso che sono adulta, all’epoca la vissi come l’intrusione di un genitore autoritario, che non aveva fiducia nella propria figlia e nella sua capacità di discernimento.
Di recente il mio compagno, trovandosi in mano il mio telefono (che gli avevo affidato perchè ero senza tasche), ha letto parte di una mia conversazione su whatsapp con un amico. Da quel momento non faccio che pensarci, chiedendomi se davvero si fidi così poco di me. Di me che lascio il cellulare in giro per casa, e le password salvate su un computer altrettanto accessibile. Di me che anche se faccio battute su sue presunte amanti – e il suo lavoro è fra quelli degli uomini cui si attribuiscono le paternità dei bimbi che non somigliano a nessuno – non dubito che sia sincero e corretto nei miei confronti. Sempre.
Mi chiedo se creda a ciò che gli dico, solo perchè glie lo dico io.

In più di 5 anni di blog sono cambiata, e credo sia cambiato il mio stile. Mi sono stati dati suggerimenti, e alcuni ho cercato di seguirli. Ho anche letto molti altri blog, sebbene ultimamente me ne manchi il tempo, e mi chiedo sempre dove si possa collocare il mio.
Dal punto di vista grafico, utilizzo un template standard trovato fra quelli propostimi da WordPress; quello che mi interessa, tanto, sono i contenuti o al massimo lo stile di scrittura. Non si contano i post iniziati e poi cestinati perchè poco soddisfacenti, non si contano le volte in cui avrei voluto dire qualcosa su un argomento ma per evitare la banalità mi sono astenuta; eppure sono sempre insoddisfatta, anche quando decido di pubblicare. Poi mi guardo attorno, e mi rendo conto che accanto a blogger veramente bravi, che scrivono cose interessanti, o divertenti, usando uno stile impeccabile, ce ne sono tanti che, pur di pubblicare qualcosa con cadenza regolare, non badano nè alla forma nè al contenuto. Fa pena vedere quanti pseudopoeti e pseudoscrittori ci siano in giro per il web, e quanti seguaci pronti a riempirli di complimenti transitino per i loro blog; per chi abbia un profilo Facebook non è difficile vedere il parallelo con l’abitudine di commentare positivamente fotografie ridicole, grottesche o oggettivamente brutte.
Per questo vi chiedo onestà, nei commenti, o se proprio non volete insultarmi… un pietoso silenzio.

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Se andate a leggere questo post, vedrete che fra i commenti c’è chi insiste ripetutamente sulle nostre tradizioni, come se la festa del papà lo fosse. Se andate a spulciare sul web, però, scoprirete che è stata istituita negli Stati Uniti a inizio ‘900 e “importata” in Italia, come molte altre cose, nel 1968.
Una tradizione che ha 46 anni, ossia è più giovane di metà della popolazione italiana.

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Metà delle famiglie italiane vive con meno di 2.000 € al mese.
Non so su quanti componenti ci si basi, ma a me sembra una cifra tutt’altro che bassa, anche per una famiglia di 3 o 4 persone.

Ascolto n° 35

Vicini

Quando sono stata concepita, mio padre lavorava in Libia. Mia madre gli chiese di tornare, per starle accanto. Anni dopo, lei stessa mi disse che se non l’avesse fatto probabilmente il suo matrimonio sarebbe durato, ma sentiva il bisogno che il suo uomo le fosse accanto ogni giorno, a condividere anche la noia quotidiana.
Un amico, una volta, mi raccontò di aver interrotto una relazione perchè non desiderava svegliarsi accanto alla ragazza che frequentava, e l’ho capito al volo.
Anche io sono come loro, e preferisco restare sola piuttosto che accontentarmi di un amore da lontano. Perchè solo se il mio uomo si sveglia ogni mattina al mio fianco posso sentirlo davvero mio.

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