Meritocrazia?

C’era una volta un’azienda privata il cui scopo dichiarato, in quanto privata, era il guadagno. Quest’azienda forniva servizi ad altre aziende, le quali la pagavano in base al livello di efficienza raggiunto.
In origine, quest’azienda aveva ben pochi dipendenti veri e propri, ma utilizzava contratti di collaborazione, meno onerosi, i quali perciò consentivano un maggior margine di guadagno; poi una legge dello Stato (oppressivo come sempre nei confronti dell’iniziativa privata) costrinse l’azienda ad assumere i collaboratori, in quanto svolgevano mansioni non compatibili con quella tipologia di contratto. Le spese per l’azienda aumentarono.
Come si affrontò allora la nuova situazione, in modo da poter continuare a guadagnare?
Nessuno pensò di riorganizzare il lavoro, nè si provvide a premiare chi lavorava molto e volentieri o a richiamare chi, al contrario, faceva poco e commetteva molti errori. Si pensò invece di spremere le persone cui lavorare piaceva, portandole in alcuni casi sull’orlo di una crisi di nervi, e di dare vantaggi a chi, al contrario, lavorava solo perchè costretto, e faceva perciò il proprio lavoro nel peggior modo possibile, arrecando così un danno all’azienda. I pigri ebbero ciò che volevano; i volenterosi ebbero solo risposte vaghe e vaghe promesse.
Questo sistema anti-meritocratico ebbe i risultati che ognuno si può attendere: l’azienda cominciò a perdere danaro, e si rese necessario uno di quei giochetti legali che permettono di addossare tutte le perdite a un’azienda-fantoccio, mentre gli utili vanno tutti a un’altra (è stato fatto anche a livello molto più grande, in fondo). Alcuni dipendenti, sentendo che ormai la nave stava per affondare, se ne andarono; fra chi rimase, molti si chiesero quanto si sarebbe potuti andare avanti.
Quando il carico di lavoro aumentò notevolmente, qualcuno nell’azienda si avvide che forse così non si poteva continuare; e fu deciso che tale carico sarebbe stato per lo meno diviso equamente fra tutti i dipendenti.
Dopo pochi giorni, coloro che già erano stati ampiamente sfruttati per la loro voglia di far bene il proprio lavoro cominciarono a sospettare che ancora una volta l’azienda avesse fatto loro vuote promesse, così da tenerli tranquilli ancora per un po’; e si misero pazientemente in attesa, come belve che scrutano la preda, per vedere cosa sarebbe accaduto…

Questa storia è purtroppo vera. A meno di totali rivolgimenti, è evidente che c’è un solo finale possibile, per l’azienda. C’è però una domanda che mi pongo, in merito ai (pochi) volenterosi rimasti:
E’ più umiliante accettare un lavoro servile o una situazione di dipendenza da altri, o continuare a elemosinare la paga da chi ride di chi ha voglia di fare, e premia i parassiti?

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