Prima selezione

Sveglia alle cinque. Una sbirciata al cielo, pare bello. Colazione e doccia come ogni giorno. Alle sette meno un quarto fuori casa. Passo al Postamat, sai mai che sia arrivato lo stipendio. C’è, ha otto giorni di ritardo, ma c’è. Sollievo. Il treno parte alle 7.13, lo prendo senza problemi, e mi immergo nella lettura di un libro.

Il viaggio è tranquillo, la prenotazione obbligatoria mi mette al sicuro da sballottamenti eccessivi. Per fortuna, sono già agitatissima. Un rapido scambio di sms, e mi assicuro di vedere una faccia amica all’arrivo. Appena superato l’Apennino, mangio il panino che mi sono portata. E’ presto per pranzare, ma la colazione prima dell’alba è già stata abbondantemente smaltita. Fuori è cominciata la pioggia, che mi farà compagnia fino a sera.

Quando scendo dal treno comincio a tremare, e lo stomaco fa balzi tali che rimpiango di aver mangiato. Confusione di telefonate (dove sei? dove non sei?), e finalmente una faccia nota. Una, in mezzo a un mare di possibili concorrenti.

Se vi dicono che nessuno ha voglia di spostarsi per lavoro, immaginate l’ingresso di un palasport prima di un concerto. Solo che quel migliaio di persone, di età diverse, con diversi accenti, è lì per una selezione per 35 posti di lavoro in un luogo che per la maggior parte di loro ha una collocazione spaziale estremamente vaga. Mille persone che accettano di sottoporsi a lunghe procedure di controllo, conteggio, spiegazioni noiosissime. Mi ritrovo seduta fra una pugliese, che la sera prenderà un pullman per trovarsi la mattina dopo all’alba a Bari, e un calabrese.

Un’ora, cento domande. Logica, cultura generale, cultura finanziaria di base, qualche calcolo. Ho risposto più o meno a tutte, se ho fatto errori pagherò cara la mia arrogante baldanza. Pazienza. Arrivo alla fine con l’anima serena, mi sento leggera.

In un momento di pausa tra uno scroscio di pioggia e l’altro, raggiungo la stazione su una passerella metallica che passa sopra i binari. Già all’arrivo mi aveva provocato una certa agitazione, ma si mescolava a quella per la selezione. Ora mi ricordo che io soffro di vertigini… e una struttura di metallo arrugginita che si eleva diversi metri sopra i binari non è il mio luogo ideale. Raggiungo la stazione, faccio il breve trasferimento fino a Santa Maria Novella.

Faccio il biglietto alle macchine automatiche, con la soddisfazione di pagare con un Postamat che da una settimana serviva solo a controllare se era arrivato lo stipendio. Mangio schifezze da Mc Donald’s. Vago per più di un’ora, constatando che in questa stazione non c’è un posto dove sedersi. Mi fumo una sigaretta contemplando un pezzo di storia dell’arte. Alla fine il treno arriva, mi siedo, leggo un poco… finchè non crollo. C’è chi mi guarda male, mentre mi accomodo nel sedile, con gli occhi che si chiudono inesorabilmente. Dormo fino a Mestre. Poi una lunga telefonata, che finisce a Monfalcone. Arrivata a Trieste, una folata di vento sul viso ancora assonnato.

Casa.

Non avrei mai creduto di poterlo pensare.

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